giovedì 19 maggio 2016

Un pizzico immaginario

Un pizzico. Una sorta di puntura alla bocca. Quella notte un leggero bruciore sveglia Ago di soprassalto proprio mentre si immagina su uno splendido e verdissimo campo di calcio. A passargli una mano sulle labbra e fargli provare quel fastidio è stato il suo amico di sempre. Le labbra di Ago diventano a un tratto appiccicose. Fanno fatica ad aprirsi completamente. Prova a strillare: nulla, restano serrate. A parlare: un pochino gli riesce. A sussurrare: sì, gli riesce ancora bene.

Questa è l’ultima sera che i due ragazzi passano insieme. L’ultima corsa per arrivare prima al campo dell’oratorio, l’ultimo calcio al pallone dato in contemporanea, l’ultimo sorriso complice quando la stanchezza si fa sentire ed è ora di tornare a casa. Uniti. Sempre.

«Non ti voglio lasciare, Ago. Non crescere, non andare, non lasciarmi», gli ha sussurrato all’orecchio prima che si addormentasse. Ago ha chiuso gli occhi e queste frasi lo hanno rincorso nei suoi sogni e fatto sentire solo, abbandonato. Come farà senza di lui? Senza il suo migliore amico di sempre? Senza un compagno che lo segua incessantemente ogni istante della sua vita? Gli dia forza, gioia e calore?

Insieme hanno giocato le migliori partite sotto casa di Ago. Al ritorno dalla scuola correvano come matti per le scale, scendendone due insieme e rischiando ogni volta di spezzarsi l’osso del collo. Ogni calcio era un gol, ogni gol un abbraccio, ogni abbraccio un sodalizio che si saldava.

Ago ora però ha dodici anni. Sta crescendo. Ed è l’unico dei suo compagni a portarsi ancora dietro il suo migliore amico. Devono lasciarsi, prima o poi. Devono separare le loro strade, fare nuove esperienze, conoscere persone diverse. Ago ne ha paura, ma sente di doverlo fare, di dover gridare al mondo la sua gioia ma anche il suo dolore, le suo paure, i suoi timori. Ci sarà qualcun altro oltre al suo migliore amico che raccoglierà quella felicità e quella disperazione.

Quel momento è arrivato.
Quell’ultima notte da trascorre insieme, già come fossero due vecchi amici.

Ma il pizzico cambia tutto. Le labbra serrate di Ago non gli permettono più di gioire e di piangere, di farsi consolare e capire. I suoi silenzi diventano sempre più grandi. I suoi occhi sono tristi. I suoi sorrisi appena accennati, anche quando segna, anche quando il gol incanta e ammalia stadi interi.

Ago si sente solo. Ogni giorno di più.
Gli manca il suo amico, quello che solo lui ha sempre potuto vedere, percepire e avvistare al suo fianco. Quello che l’immaginazione ha messo al suo fianco da quando è nato. Quello che l’ha sempre compreso, aiutato, ascoltato. Quello che allo stesso tempo, in quella note, gli ha impedito di parlare con il mondo, di esprimersi e farsi capire, perché Ago era solo suo.

E ora lo è.
Insieme sono lì che corrono al campetto dell’oratorio. Ago segna sempre, e questa volta urla la sua immensa gioia, abbracciato all’amico di sempre.



Agostino di Bartolomei, detto "Ago"


Ho raccontato di
Agostino Di Bartolomei, calciatore italiano e capitano della Roma. Nel maggio del 1994 si è tolto la vita sparandosi con la sua pistola Smith & Wesson calibro 38 che da molti anni ormai portava sempre con sé. Erano passati dieci anni esatti dalla finale di Coppa dei Campioni persa dalla Roma contro il Liverpool. La sera prima aveva chiamato al telefono il padre per fargli gli auguri di compleanno. La mattina, il tragico gesto all’interno della sua villa di Castellabate.
Un giocatore che ha fatto del talento tecnico la sua vera forza. Da molti detrattori, infatti, era definito troppo lento per essere un buon giocatore. Eppure “Ago”, come veniva chiamato, quando prendeva palla incantava uno stadio intero.
Da capitano della Roma ha perso una finale di Coppa dei Campioni e vinto uno scudetto nella stagione 1982/1983.
Nel 1986 è passato al Milan e la tifoseria romana non gli ha perdonato l’esultanza, quando con la maglia rossonera segna ai suoi ex compagni. Tutta la Curva Sud lo fischia.
L’ultima partita l’ha giocata con la Salernitana in serie C. Con la consueta fascia di capitano al braccia, ha contribuito alla storica promozione dei campani in cadetteria dopo ventitré anni di assenza.

giovedì 12 maggio 2016

L'Italia sulla canna della bicicletta

Sulla canna della bicicletta sono rimasta sola. Eravamo quattro, un tempo. Ma ora ci sono io e nemmeno più Marco.

Effe
è una piccola bimba di vetro, seduta a cavalcioni sulla due ruote, che pensa ai tanti bei momenti passati assieme, al vento in faccia in discesa, al sudore sulle braccia magre durante la salita, agli applausi, alle urla, alle vittorie e alle cadute.

La prima a salire è stata Pi. Marco l’ha incontrata il giorno in cui gli hanno regalato la sua prima bicicletta. Pedalare era faticoso, e soprattutto da solo si annoiava. L’ha trovata lungo il ciglio della strada per tornare a casa, una gnoma vestita di rosso da capo a piedi che appena si è arrampicata sulla canna della bici è diventata scarlatta anche in viso. Ha aiutato Marco ad amare quel movimento circolare: il piede destro che spinge forte, la pausa, il sinistro che viene avanti, il quadricipite che si mette in moto, di nuovo la pausa, di nuovo il piede destro. Così per minuti, ore, giorni, mesi e anni. Ovunque c’era Marco, c’era la sua bicicletta e Pi.

Subito dopo è toccato a Fo. Le salite erano tante, troppe. Pi non bastava più da sola. E allora quando la stanchezza sembrava prendere il sopravvento, è arrivata lei. Si è posizionata sempre lì, sulla canna della bicicletta di Marco, e lo ha spronato quando le montagne da scalare si facevano sempre più ripide. Era piccola, la più piccola di tutti noi, ma era anche la più dura. Fatta di solo ferro e titanio. Non gli ha permesso di rispettare tattiche, ma solo di spingere forte sui pedali, arrivare per primo, accorciare il tempo della salita, della fatica, dell’agonia.

E Marco primo ci arrivava. Sempre. Soprattutto quando la pedalata era in salita.
Al traguardo fotografi, giornalisti e ammiratori. Ma lui no, lui voleva solo risalire in sella e fuggire via da quel bagliore. Non amava dire, raccontare, star seduto su una sedia, dietro a un microfono. Poi è arrivata Ti e lo ha fatto parlare, con discrezione e delicatezza. Ha rivelato al mondo quel che era, quel che voleva e quanto amasse avere solo due ruote a fargli da scorta: una che lo precedeva per assicurarsi che il percorso fosse in sicurezza, l’altra che lo seguiva coprendogli le spalle dagli avversari.

Alla fine sono arrivata io, Effe. Marco mi ha raccolta con delicatezza per non distruggermi. Mi ha messo sulla canna della sua bicicletta insieme agli altri, e per tanti anni ci siamo divertiti, abbiamo pianto, gioito, ci siamo abbracciati e abbiamo discusso. Ma tutti insieme eravamo una potenza. La potenza unica di Marco.

Ora Passione ci ha lasciati, perché andare in bicicletta per Marco è diventato un incubo. Con lei è sparita Forza, attanagliata dalla paura e dall’angoscia. L’ultima è stata Timidezza che si è celata dietro alla solitudine e al rancore.

Su questa canna di bicicletta non riesco più a tenermi stretta da sola. Sono stanca, delusa e amareggiata. Sono Fragilità, la fragilità di Marco che non sa reagire e rimontare in sella.

Mi lascio andare. Sono di vetro. Cado e mi rompo.


Marco Pantani, il Pirata

Ho raccontato di
Marco Pantani, tra i più grandi ciclisti di tutti i tempi. Uno scalatore puro, uno che sulle montagne ha fatto innamorare un popolo e ha costruito il suo mito.
È stato uno dei pochi corridori a vincere Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno, nel 1998, risalendo sempre in bicicletta dopo i numerosi e gravi infortuni.
La sua corsa di eroe sportivo si ferma però nel 1999 a Madonna di Campiglio, quando gli vengono riscontrati valori di ematocrito superiori dell’1% a quelli consentiti. Negli occhi dei tifosi ci sono ancora le sue vittorie in salita, l’ultima proprio nella cittadina trentina, e qualche giorno prima a Oropa per uno dei successi più belli di Pantani: la catena della sua bicicletta salta, proprio in salita. Il Pirata si ferma, la rimette, rimonta in sella e uno a uno riprende tutti i suoi avversari, li sorpassa e va a vincere.
Nessuno vuole credere, quindi, a quanto sta accadendo. Nemmeno Pantani.
Torna in sella nel 2000, o almeno ci prova. Le difficoltà psicologiche da superare sono enormi e pian piano il Pirata sprofonda in una spirale di depressione, droga e solitudine. Non ha più la forza di reagire. Il 14 febbraio 2004, Pantani viene trovato morto nella stanza D5 del residence “Le Rose” di Rimini. L’autopsia rivela che la morte è stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguente a un’overdose di cocaina.
Ma la morte del Pirata è a tutt’oggi avvolta nel mistero. Così come i suoi valori di ematocrito riscontrati superiori al consentito in quella maledetta tappa di Madonna di Campiglio. Proprio qualche mese fa sono uscite delle intercettazioni della Camorra in cui sembrerebbe che il ciclista sia stato fermato perché in tanti avevano scommesso contro di lui proprio in quel giro. E i soldi in palio erano tantissimi.
Mentre le indagini continuano, di Pantani ci restano le sue gesta eroiche e una frase, strappatagli dal giornalista Gianni Mura, che dà l’idea della sofferenza che c’è dietro a uno sport come il ciclismo: «Marco, perché vai così forte in salita?» «Per abbreviare la mia agonia».  

giovedì 5 maggio 2016

L’amore a distanza

Quest’amore è diverso. Quest’amore si nutre di distanza, di contemplazione, di sospiri, di vento e di attesa. Álvaro la guarda. Costantemente. Mentre è sui banchi di scuola, il suo sguardo è rivolto a lei. La osserva, la studia nei suoi minimi particolari. Potrebbe ridisegnare millimetro per millimetro le sue linee, i suoi angoli e le sue morbidezze. Potrebbe scrivere uno a uno i nomi di chi le è passato accanto, chi l’ha sfiorata, chi ha giocato con lei, chi ha riso o pianto al suo fianco.

Suona la campanella e Álvaro  si incammina verso casa. Le passa a fianco, ma non ha il coraggio. Non riesce ad avvicinarsi a lei. Ne ha paura e ne è attratto allo stesso momento. E allora la sbircia anche dalla finestra della sua cameretta. Lei è sempre lì. Ad aspettare qualcosa, o magari qualcuno.

La distanza sfama quest’amore. Se prova a fare un passo verso di lei, Álvaro  inizia a tremare. Le gambe non lo tengono più in piedi. L’emozione è troppo grande. Immensa.

«Eppure un modo ci deve essere», pensa Álvaro . Le deve far capire quanto la ama. Quanto la contempla, quanto lei sia sempre fissa nella sua testa, notte e giorno.

Ma c’è tutto quello spazio tra di loro. Solo il vento riesce a unirli, ogni tanto. Álvaro  affida a lui i suoi pensieri, i suoi sogni e i suoi desideri. Soffia forte e dopo qualche minuto nota in lei un cambiamento, un leggero movimento, come se avesse sentito, come se quell’amore le fosse arrivato e l’abbia ricoperta di gioia, una gioia diversa.

Tutti le stanno attorno, ma nessuno la ama così da lontano come Álvaro .

Ormai sono settimane che non c’è vento. Le foglie degli alberi sono immobili. Il caldo blocca ogni cosa, la soffoca, la fa restare fissa al suo posto. Álvaro  non ce la fa a non comunicare con lei da tutto questo tempo. Le manca. Allora si fa forza, cerca una soluzione. E la trova.

Corre fuori con quel poco di forze che gli è rimasto. Dà un bacio al pallone, si mette a metà campo da dove la guarda ormai ogni giorno, calcia forte di sinistro e il bacio la coglie in pieno. Sorride, le gira le spalle e se ne va. Contento. L’amore a distanza continua.


Álvaro Alexander Recoba Rivero


Ho raccontato di
Álvaro Alexander Recoba Rivero, calciatore uruguaiano approdato in Italia alla fine degli anni novanta con la maglia dell’Inter. Ed è proprio con i colori neroazzurri che si fa conoscere e amare dagli appassionati e dai tifosi. Nella partita di esordio, e prima di campionato per l’Inter nella stagione 1997-98, entra al 72’ in sostituzione di Maurizio Ganz e va ad affiancarsi al genio brasiliano Ronaldo. La sua squadra è sotto di un gol contro il Brescia. Ma Recoba, dalla distanza di 30 metri, prima pareggia e poi porta i neroazzurri alla vittoria con una punizione che i commentatori definiscono «in grado di togliere le ragnatele dall’angolino della porta».
Nella stessa stagione, qualche mese dopo nella gara contro l’Empoli, tira e segna quasi dalla linea di centrocampo.
I suoi lampi di genio non sono però così costanti nella sua carriera sportiva, ma hanno comunque fatto di lui uno dei giocatori più amati in Italia, soprattutto dal presidente Moratti.
A riprova che il suo “amore” per la porta lo destabilizzasse da distanze troppo ravvicinate e semplici, nell’agosto del 2000 torna all’Inter dopo una parentesi con il Venezia e sbaglia il rigore nel terzo turno preliminare di Champions League contro l'Helsingborg, condannando i nerazzurri a una matematica eliminazione.