Sangue Viola
Fermo, immobile, da solo. Testa alta e cuore che scoppia. Ma il
volto non tradisce paure, tristezze o tentennamenti. Lo sa. Sa che non possono
fargli del male, che lui è Lui, che lui è Loro, che quel che amano, in fondo, è
lo stesso corpo, lo stesso luogo.
Da un lato c’è Robi. Brilla per la pulizia con cui è tenuta la sua
corazza. Nuova, splendente e soprattutto vincente. Sulla collina, dall’altro
lato e di fronte a lui, un gruppo di soldati inferociti. Strillano, urlano,
insultano. I loro abiti non brillano. Sono sporchi, sudici. Sono il risultato
di battaglie sul campo, di sudore, di sacrifici e di lacrime. Sono pronti a
scagliarsi contro Robi, a fargliela pagare, a vendicarsi, a fargli capire che
ha sbagliato, che non doveva lasciarli, passare al nemico.
Ma nessuno inizia. E quindi tutti restano fermi.
Robi non abbassa mai la testa. Però non combatte come sa fare. Non
affonda mai il colpo. Galleggia in superficie. Corre ma non scatta. Combatte ma
non vince. Non sferra mai l’attacco decisivo, anche quando ne ha la
possibilità. Anche quando sulla collina gli appaiono tutti scoperti, senza
corazza, vulnerabili. Fa scagliare la lancia al suo compagno, che però sbaglia
il colpo. Forse il destino.
Ai suoi piedi arriva un vessillo. Viola. Lo raccoglie e con gli occhi
pieni di lacrime comincia a togliere ogni pezzo della sua armatura. Comincia
dai piedi e finisce con il capo. Alza di nuovo lo sguardo verso la collina. Il
suo corpo diventa come una carta velina, si vede ogni organo, ogni vena e
arteria. E il colore del suo sangue non è rosso. È Viola, come il vessillo che
ancora stringe tra le mani.
L’odio si tramuta in amore. Eterno.
Anche se con una corazza di un’altra sfumatura, Robi ha il sangue
del loro stesso identico colore.
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| Roberto Baggio |
Ho raccontato di
Roberto Baggio e il suo ritorno a Firenze con la maglia della
Juventus. Un ritorno sofferto per un calciatore che come lui, in quel posto,
tra quella gente e in quello stadio, ha lasciato il cuore. I tifosi Viola lo
fischiano dall’inizio della partita e lui sembra l’ombra di se stesso. In campo
non è il Baggio che tutti conoscono. Gioca, ma non incanta. Si rifiuta di
tirare un calcio di rigore (che fa calciare al suo compagno De Agostini che lo
sbaglia). L’allenatore lo sostituisce. Una sciarpa Viola cade ai suoi piedi
mentre torna verso lo spogliatoio, la raccoglie e la tiene ben salda in mano. I
fischi si tramutano in applausi, che lui ricambia con un saluto e subito scappa
via, per non prolungare la sua agonia.
Articolo pubblicato anche su Storie del Boskov.

