mercoledì 27 gennaio 2016

L'albero che cominciò a saltellare

«Un bell’albero, non c’è che dire». Il tronco possente svetta sulla collina e si fa notare da lontano. Resiste alle intemperie che le stagioni fredde gli sversano addosso. Resta fermo lì, a tenere in alto i rami spogli.

«Un bell’albero, non c’è che dire». Quando arriva il vento danza con lui. Le foglie si muovono all’unisono e producono un suono leggero, quasi impercettibile, che Rukelie ascolta come una musica soave, a cui abbandonarsi, danzando assieme a loro.

«Un bell’albero, non c’è che dire». La luce del mattino è tenue ma riscalda le foglie che spuntano timide sulla chioma. I raggi gli passano attraverso e Rukelie sente il caldo che attraversa il suo corpo di albero. E gioisce di questo calore.

«Un bell’albero, non c’è che dire». La neve lo ricopre e lui è divertito da questo gioco a nascondino, dove quel che si vede di lui è solo un contorno incerto, mentre la vera essenza è ricoperta agli occhi dei più.

«Un bell’albero, non c’è che dire. Ma pur sempre un albero». Rukelie è stanco di essere fermo sempre allo stesso posto. Piantato a terra. Vuole camminare, correre, saltare, andare lui incontro al vento. Lo spera con tutto se stesso, dal giorno alla notte, dalla notte al giorno. Fino a quando non trova la forza di sradicarsi, muoversi e spostarsi. 

Le sue radici diventano splendide gambe possenti.
Il suo tronco un fisico atletico.
La sua chioma splendidi riccioli neri.

Ha combattuto contro le stagioni, afose e gelide. Oggi, che è un uomo, combatte su un ring, ricordandosi di quando era un albero.

Il suo corpo è statuario e pronto a ricevere ogni colpo. Il vento gelido e il freddo dell’inverno lo hanno preparato a tutto. I suoi rami tenuti in alto sono ora le braccia tese del vincitore. 

Sul ring non riesce a stare fermo. Sente la musica delle foglie mosse dal vento e comincia a saltellare, dimostrando ai suoi avversari di avere energia a sufficienza per altri dieci incontri. Un saltello continuo, come a dimostrare a se stesso che le radici non ci sono più. È libero. È uomo.

Quando perde ingiustamente, sente il calore del pubblico che lo acclama e lo stringe in un abbraccio rovente, come quando il sole veniva a fargli visita passando tra un germoglio e l’altro.

Si tinge di bianco per prendersi burla di chi lo vorrebbe diverso da quel che è, più puro. Come con la neve, nasconde la sua vera essenza di uomo sotto uno strato di farina. Torna albero per qualche minuto, pianta i piedi a terra, sta fermo e incassa i colpi. E a ogni colpo la farina si distacca dal corpo di Rukelie e diventa una piccola nuvola bianca.

Tante nuvole bianche che lo avvolgono e lo fanno sparire, come in un sogno.


Johann Trollmann "Rukelie"




Ho raccontato di
Johann Trollmann, pugile rom e sinti ucciso nel campo di Neuengamme il 9 febbraio 1943. Soprannominato “Rukelie”, cioè “albero”, per via del suo fisico statuario, cominciò a combattere a metà degli anni ’20 in Germania, terra in cui era nato.
I suoi riccioli neri facevano impazzire le donne, i suoi saltelli sul ring mandavano ai pazzi gli avversari. Fu tra i primi a portare sul quadrato dello scontro questo modo di combattere: un balletto infinito che ai più ricorda ciò che anni più tardi contraddistinse lo stile del grande Muhammad Ali.
Nel 1933 si contese la corona dei mediomassimi contro Adolf Witt. Nonostante la palese superiorità di Trollmann, i giudici non presero una decisione in suo favore ma furono costretti a cambiare idea sotto le vibranti proteste del pubblico. Poco dopo, però, ci pensò la federazione tedesca a togliergli ciò che si era giustamente conquistato, costringendolo a salire di nuovo sul ring e questa volta obbligandolo a restare fermo, senza poter fare alcun saltello o balletto. Trollmann perse in cinque round, ma la cosa che destò scalpore fu il modo in cui il pugile si presentò allo scontro: capelli tinti di biondo e corpo ricoperto di farina, a ridicolizzare una presunta superiorità della razza ariana.
Trollmann fu rinchiuso in un campo vicino Amburgo dove i nazisti lo costringevano a combattere per una razione doppia di cibo. E lui, puntualmente, vinceva. Essere battuti da uno zingaro era però troppo e così un colpo di pistola mise definitivamente fine alla sua danza.

Nel 2003 la federazione pugilistica tedesca decise di riconsegnare alla famiglia di Trollmann ciò che era suo, e cioè la corona dei mediomassimi, iscrivendo “Rukelie” nell’albo dei vincitori.

giovedì 21 gennaio 2016

Lo zero che vale cinquemila

Un cerchio un po’ schiacciato. Lo zero è il numero preferito da Pre. Ogni pagina del suo quaderno è piena zeppa di zeri. Lo disegna senza mai staccare la penna dal foglio: appoggia la punta e comincia a girare. Con lentezza, precisione e oculatezza.  Non fa come tutti i bambini, non cerca di riprodurre un cerchio perfetto. Per lui la perfezione dello zero è in quell’ovale schiacciato ai lati. Lungo e slanciato.

Cresce, Pre, e quei disegni restano impressi nella sua memoria. Gioca a basket ma la rotondità della palla non gli appartiene: troppo perfetta. Gioca a football ma gli spigoli della palla lo pungono: troppa poca perfezione. Non riesce a ritrovare quella gioia di quando era piccolo, quell’appagamento nel tracciare il suo ovale perfetto.
Comincia a pensare che quegli zeri vogliano dire semplicemente che non vale nulla.

Corre, per non pensare. Nei campi, nei boschi e per strada. Alla fine del suo tragitto c’è una porta, la spinge forte e continua a correre. Si ritrova, quasi per caso, all’interno di un ovale. Gira e gira ancora, senza sosta, spingendo al massimo, superando tutti, lasciando senza parole chi è lì ad assistere a questo spettacolo.

Pre ha trovato il suo cerchio ideale: la pista di atletica.

Quando corre, immagina di essere lì, in punta alla sua penna dall’inchiostro blu. Non vede avversari, pubblico o allenatori a bordo campo. C’è soltanto lui e la sua penna. Corre e basta, a completare quel giro una, due, tre volte. Conta dodici e mezzo e taglia il traguardo per primo. E le persone sugli spalti esplodono in urla di giubilo perché mai nessuno ha disegnato a terra linee così perfette.

Lo zero vale cinquemila per Pre, come i metri che deve percorrere a ogni gara.

Vuole essere lui il primo a poggiare i piedi su quell’ovale bordeaux, tracciando la strada che gli altri dovranno seguire fino al traguardo. In testa dall’inizio alla fine.

Ci prova Pre. Parte per primo. Conta uno, due e tre. Arrivato a dodici è ancora davanti, ma in quel mezzo che manca c’è chi gli passa a fianco e lo supera: uno, due e tre. Arriva quarto. Eppure c’è qualcosa di strano, il pubblico applaude lui, le sue linee lasciate a terra, quell’inchiostro blu che Pre ha sempre immaginato di imprimere sulla pista al suo passaggio.

«Quello zero vale più di cinquemila», pensa Pre.
E ha ragione. Quello zero vale come un numero uno, quello che è lui quando corre.



Steve Prefontaine, detto "Pre"



Ho raccontato di
Steve Prefontaine, detto “Pre”, il più grande mezzofondista americano degli anni settanta. In gara non adottava strategie. Per lui l’importante era tagliare il traguardo per primo e ci riuscì per moltissimi anni, stabilendo ben quattordici record americani e vincendo consecutivamente venticinque gare ufficiali  su prove superiori al miglio. Il pubblico lo amava e lo sosteneva al grido di: «Go Pre!».
Alle Olimpiadi di Monaco del 1972 cercò di mettere in pratica il suo sogno: essere primo dall’inizio alla fine nei 5000 metri. Fu beffato sul finale da Lasse Virén,  Mohamed Gammoudi e Ian Stewart. Ma alla storia passò lui per la spregiudicatezza, e un pizzico di pazzia, con cui affrontò la gara.
Morì a soli 24 anni di incidente stradale. Al momento della sua morte deteneva tutti i primati nazionali dai 2000m ai 10000m.
Il suo allenatore, Bill Bowerman, fu il cofondatore della Nike. In molte pubblicità del marchio sportivo, infatti, compare l’immagine di “Pre” e alcune sue frasi sul senso della corsa: «Qualcuno può battermi ma dovrà dare il sangue per farlo».



mercoledì 13 gennaio 2016

Amici di corda

Dražen si sveglia presto tutte le mattine. Corre in palestra e per tre ore tira la palla in direzione del canestro prima di andare a scuola. Il talento non gli basta. Ama la perfezione e vuole conoscere ogni dettaglio, apprendere fino all’ultimo, capire prima degli altri in che direzione andrà il pallone. E perché.

Vlade è più spavaldo. I suoi diciassette anni li vuole vivere a pieno, senza rinunciare a nulla, nemmeno alle sigarette. Per lui la pallacanestro è intuizione, coraggio e un pizzico di follia. È un gigante già ora, ad appena diciassette anni. Il doppio dei suoi compagni di squadra.

Due ragazzi insoliti, talentuosi e molto diversi che un giorno poggiano le mani contemporaneamente sul pallone e “Puff”, una magia li avvolge. Quei due ragazzi si ritrovano isolati dal mondo, faccia a faccia, occhi negli occhi. Una corda stringe il torace di Dražen e continua dalla parte opposta a cingere quello di Vlade. La sensazione è quella di un abbraccio. Infinito. Un abbraccio che i due ragazzi si scambieranno poi veramente milioni di volte, dentro e fuori dal campo, per consolarsi, per incoraggiarsi e per non sentirsi mai soli.

Quando oceani e continenti li dividono loro sanno cosa fare: tirano leggermente la corda e sentono dall’altro capo l’amico e la sensazione del suo abbraccio. Dražen e Vlade crescono con questa consapevolezza e diventano due giocatori formidabili che quando si trovano a calpestare lo stesso parquet con la stessa maglia sulle spalle, compiono appieno l’incantesimo. Gli spettatori restano estasiati dalla loro bravura. Una scia di stelle li segue quando corrono e si lanciano il pallone.

Ma i terremoti arrivano senza preavviso e sono gli unici in grado di spezzare le magie.

Uno enorme sconquassa il mondo di Dražen e Vlade. Vengono sbalzati su due montagne differenti, uno su un cucuzzolo, uno sull’altro. Vlade si sbraccia, salta e strilla per farsi vedere dal suo compagno Dražen. Ma nulla, l’amico continua a voltargli le spalle, senza accorgersi di lui.

Passano i mesi e gli anni così. Le montagne si allontano e i due campioni non riescono più nemmeno a scorgersi all’orizzonte.  

Vlade, solo, sconsolato e seduto a terra, si ricorda di quando erano adolescenti. E ci prova, tira la corda. Inaspettatamente sente quella stretta al torace, come un abbraccio.

La corda tra loro è ancora stretta.


E anche se non vede più Dražen, sa dove cercare il suo abbraccio. All’infinito.

Vlade Divac e Dražen Petrović


Ho raccontato di
Dražen Petrović e Vlade Divac, due cestisti degli anni novanta. Amici e compagni da quando avevano diciassette anni, approdano nella nazionale Jugoslavia insieme e nel Mondiale argentino del 1990 si aggiudicano la medaglia d’oro battendo una potenza come l’Unione sovietica. L’anno prima avevano già conquistato il titolo continentale.
Entrambi approdano in NBA, in squadre diverse, ma questo non gli impedisce di restare grandi amici.
Quello che li separerà sarà invece la guerra, una delle più sanguinose e assurde della nostra epoca, e che porterà alla scomparsa della Jugoslavia. Da una parte quindi Petrović e la Croazia, dall’altra Divac e la Serbia.
Durante i festeggiamenti dei mondiali del 1990 Divac toglie di mano a un tifoso la bandiera croata, perché per lui in quel momento sono ancora tutti fratelli sotto una sola bandiera, quella della Jugoslavia. Il gesto però infastidisce Petrović a tal punto da fargli interrompere ogni rapporto con l’amico di sempre, nonostante i numerosi tentativi di Divac di spiegare le proprie ragioni.
Petrović muore di incidente stradale tre anni dopo. Senza mai ricucire uno dei rapporti più importanti della sua vita.
Un paese intero, la Croazia, ha fatto di Divac un mostro da combattere in nome di un odio razziale che non aveva ancora esaurito la sua forza. Tanto che il serbo è riuscito a riabbracciare i familiari del suo amico e visitare la sua tomba solo molti anni dopo.

Sulla loro storia è stato girato un film documentario Once Brothers, diretto da Michael Tolajian.

lunedì 4 gennaio 2016

Le stelle a forma di bicicletta

«Strano aspetto hanno le stelle stanotte. Se le unisci una ad una, i loro contorni sono arrotondati, morbidi, delicati. Un cerchio perfetto. Anzi, due». È il 16 marzo. Anno 1891. E in un paese dell’Emilia Alfonsa pensa e guarda fuori dalla finestra della sua piccola casa. Non lo sa, ma sua figlia sta per nascere.

Una disperazione racchiusa in un metro scarso. Alfonsa crede proprio che sua figlia non sia nata “sotto una buona stella”. Pantaloncini al posto delle gonne, calzettoni ammucchiati alla caviglia e capelli crespi che si espandono verso l’alto anziché sottostare alle leggi di gravità. «Non troverà mai un marito», lo sa. 

«Non vorrò mai avere un marito», urla con rabbia Alfonsina in sella alla bicicletta. I suoi genitori la sanno a messa ma lei corre veloce davanti a tutti e taglia per prima il traguardo. Dietro solo uomini. La bicicletta è il suo unico amore. La pressione sul pedale, la ruota che gira, il freddo che taglia il viso e il sudore che imperla le braccia, il manubrio e infine la strada. 

Corse su corse, vittorie su vittorie. Fino a un giorno. A quel giorno. 
Le stelle la sera prima disegnano una sola ruota. Alfonsina le guarda e riguarda dalla finestra, la stessa da cui era affacciata il giorno della sua nascita mamma Alfonsa. «Come è possibile ci sia una ruota sola? Dov’è l’altra?».
L’altra la perde per strada il giorno dopo, quello della corsa. 

Le ruote girano più veloci che mai, la bicicletta corre spedita, la via appare tutta uguale nel polverone alzato da chi la precede. E tutta uguale lo è, tranne che in un punto, quello in cui decide di passare Alfonsina. Il capitombolo ormai è solo questione di istanti. La ruota cade nella buca, la bici cade nella buca, Alfonsina cade nella buca. 
Apre gli occhi, pronta a ripartire. «Ma quale ripartire? E la ruota dietro?». Alza lo sguardo e la vede rotolare lontano. Ad afferrarla lui. Alto, magro e senza un muscolo. Il contrario di lei. 

Un pacco enorme l’aspetta a casa. Carta bianca, un nastro verde e decine di fiori profumati a fare da fiocco. È il suo regalo di nozze: una bicicletta nuova. A regalargliela quel marito raccoglitore di ruote che urla al suo fianco a ogni corsa, che la incita, che la ama in calzoncini corti e calzini calati alla caviglia. 
  
E se le due ruote poggiano su qualcosa, quel qualcosa ha un nome: strada. Alfonsina sposa il meccanico Luigi, di cognome Strada. 



Alfonsa Rosa Maria "Alfonsina" Morini, da sposata Strada


Ho raccontato di
Alfonsa Rosa Maria “Alfonsina” Morini, da sposata Strada. Ciclista e prima donna a competere con gli uomini in corse come il Giro di Lombardia e il Giro d’Italia, a cui partecipa nel 1924 grazie alla lungimiranza del direttore della Gazzetta dello Sport Emilio Colombo. 
3.613 i chilometri della corsa. Alfonsina non ne salta nemmeno un centimetro. Viene squalificata per aver tagliato il traguardo fuori tempo massimo ma il solito lungimirante Colombo la lascia continuare fuori gara. Arriva a Milano osannata da tutto il pubblico. La casa di tubolari per la quale gareggia le attribuisce un premio di 200 lire. Ad applaudirla anche suo marito, Luigi Strada.
Il Quartetto Cetra le dedica la canzone che ogni italiano conosce: “Bellezza in bicicletta”. E con queste parole è bello ricordarla oggi: 

Ma dove vai con i capelli al vento
col cuor contento e col sorriso incantator?
Se tu lo vuoi o prima o poi
arriveremo sul traguardo dell'amor!

Ancora una piccola curiosità. Nel 2010 il gurppo Têtes de Bois le dedica  “Alfonsina e la bici” all’interno di un album totalmente rivolto al ciclismo. Protagonista del video un’altra grande donna: Margherita Hack. 

venerdì 1 gennaio 2016

La corsa di una gamba a raggiungere l'altra

«Gol». Anzi «Goll».
Insegue la palla, fa centro e grida: «Goll». Da mattina a sera, la palla sbatte contro il muro ed entra nella porta del garage del nonno. «Goll», e tutti restano incantati dalla luce del suo sguardo.
Tre anni appena, la maglia gialla del Brasile sempre sulle spalle, ricci fitti e neri e occhi verdi. Manoel non fa altro tutto il giorno. Colpisce, rincorre, dribbla e segna. Segna sempre.
L’unica parola che dice, non la dice nemmeno bene. Una G, una O e due L. Quella L di troppo che è la disperazione della mamma ma non del nonno.

Manoel sogna di fare il calciatore. Le scarpe con i tacchetti, i calzini di spugna con sotto i parastinchi, calzoncini e maglietta. Entra nello stadio che rimbomba, l’arbitro fischia e comincia a correre. Corre più veloce di tutti e con lui la palla. Scarta tutti gli avversari. Una maglietta gialla che sembrano dieci. Il portiere è solo e diventa sempre più piccolo. Minuscolo. Un puntino nero. E poi, «Goll».

Anche l’altra gamba crescerà. Manoel ne è convinto, glielo ha promesso il nonno. Le misura: quasi mezzo pallone da calcio di differenza tra una e l’altra. Conta i quadrati di pelle che lo distanziano dalla normalità: uno nero e mezzo bianco. Poi lo prende tra le mani, lo annusa e torna a sognare.
La sua corsa continua tra urla, grida e bandiere. Piove e di erba non se ne vede quasi più, solo terra. Terra sulle scarpe, sulle gambe e sulla faccia. Ma se non riescono gli avversari a fermarlo, figurarsi questo marrone che sale sfumando dai piedi alla testa. I quadrati della rete avversaria si avvicinano, il portiere gli si fa sotto. Manoel muove le gambe talmente veloci che il pallone scompare fino all'epilogo. Fino al suo «Goll».

Soffia forte sulle cinque candeline colorate in cima alla torta. La gamba non è ancora cresciuta, lei è rimasta ferma a tre anni. Un calciatore che zoppica?
Le lacrime riempiono gli occhi di Manoel. E quelli di suo nonno. Da quando gli hanno proibito di prendere a calci la palla nemmeno più una parola esce dalla sua bocca. Fissa la porta della cucina ma non riesce più a vedere nulla, annusa la palla e non sente odori.

«Hai qualche centimetro in meno ma qualche cosa in più degli altri», gli ripete sempre il nonno. Ma cosa sarà mai? Si chiede Manoel.

Dorme e pensa. E sogna. Sogna i suoi pomeriggi in compagnia della palla e le sue esultanze: «Goll». Eccola lì la cosa in più, la sua L. Manoel l’acchiappa al volo e la rigira tra le mani: è proprio della lunghezza giusta, così le sue gambe saranno uguali.


Di scatto si alza dal letto, corre dal nonno e comincia a riprendere a calcio il pallone. Non zoppica più, quando gioca a calcio le sue gambe sono uguali, grazie a quella L che sembrava di troppo. Il giardino diventa uno stadio, la porta la rete avversaria, le sue vecchie scarpe scarpini all’ultima moda. Tira con forza e precisione. Segna. Corre e urla: «Gol». Con il numero di L giuste.


Manoel Francisco dos Santos, detto Garrincha




Ho raccontato di
Manoel Francisco dos Santos, meglio noto con lo pseudonimo di Garrincha. Calciatore brasiliano degli anni ’60. Due volte campione del mondo e tra i migliori dribblatori della storia del calcio. 
Garrincha fu afflitto da diversi difetti congeniti: un leggero strabismo, la spina dorsale deformata e soprattutto uno sbilanciamento del bacino e sei centimetri di differenza in lunghezza tra le gambe. Quei sei centimetri che fecero sconsigliare ai medici il gioco del calcio a un ragazzino che invece amava la palla più di ogni altra cosa.
Ma anche zoppo Garrincha ha continuato ed è diventato uno dei simboli più famosi del Brasile.


Un detto del suo paese recita: «Ancora oggi, se chiedi a un vecchio brasiliano chi è Pelè, il vecchio si toglie il cappello, in segno di ammirazione e di gratitudine. Ma se gli parli di Garrincha, il vecchio chiede scusa, abbassa gli occhi e piange».