L'albero che cominciò a saltellare
«Un bell’albero, non c’è che dire». Il tronco possente svetta sulla collina e si fa notare da lontano. Resiste alle intemperie che le stagioni fredde gli sversano addosso. Resta fermo lì, a tenere in alto i rami spogli.
«Un bell’albero, non c’è che dire». Quando arriva il vento danza con lui. Le foglie si muovono all’unisono e producono un suono leggero, quasi impercettibile, che Rukelie ascolta come una musica soave, a cui abbandonarsi, danzando assieme a loro.
«Un bell’albero, non c’è che dire». La luce del mattino è tenue ma riscalda le foglie che spuntano timide sulla chioma. I raggi gli passano attraverso e Rukelie sente il caldo che attraversa il suo corpo di albero. E gioisce di questo calore.
«Un bell’albero, non c’è che dire». La neve
lo ricopre e lui è divertito da questo gioco a nascondino, dove quel che si
vede di lui è solo un contorno incerto, mentre la vera essenza è ricoperta agli
occhi dei più.
«Un bell’albero, non c’è che dire. Ma pur
sempre un albero». Rukelie è stanco di essere fermo sempre allo stesso posto.
Piantato a terra. Vuole camminare, correre, saltare, andare lui incontro al
vento. Lo spera con tutto se stesso, dal giorno alla notte, dalla notte al
giorno. Fino a quando non trova la forza di sradicarsi, muoversi e
spostarsi.
Le sue radici diventano splendide gambe
possenti.
Il suo tronco un fisico atletico.
La sua chioma splendidi riccioli neri.
Ha combattuto contro le stagioni, afose e
gelide. Oggi, che è un uomo, combatte su un ring, ricordandosi di quando era un
albero.
Il suo corpo è statuario e pronto a ricevere ogni colpo. Il vento gelido e il freddo dell’inverno lo hanno preparato a tutto. I suoi rami tenuti in alto sono ora le braccia tese del vincitore.
Sul ring non riesce a stare fermo. Sente la
musica delle foglie mosse dal vento e comincia a saltellare, dimostrando ai
suoi avversari di avere energia a sufficienza per altri dieci incontri. Un
saltello continuo, come a dimostrare a se stesso che le radici non ci sono più.
È libero. È uomo.
Quando perde ingiustamente, sente il calore
del pubblico che lo acclama e lo stringe in un abbraccio rovente, come quando
il sole veniva a fargli visita passando tra un germoglio e l’altro.
Si tinge di bianco per prendersi burla di chi
lo vorrebbe diverso da quel che è, più puro. Come con la neve, nasconde la sua
vera essenza di uomo sotto uno strato di farina. Torna albero per qualche
minuto, pianta i piedi a terra, sta fermo e incassa i colpi. E a ogni colpo la
farina si distacca dal corpo di Rukelie e diventa una piccola nuvola bianca.
Tante nuvole bianche che lo avvolgono e lo
fanno sparire, come in un sogno.
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Johann Trollmann "Rukelie" |
Ho raccontato di
Johann Trollmann, pugile rom e sinti ucciso
nel campo di Neuengamme il 9 febbraio 1943. Soprannominato “Rukelie”, cioè
“albero”, per via del suo fisico statuario, cominciò a combattere a metà degli
anni ’20 in Germania, terra in cui era nato.
I suoi riccioli neri facevano impazzire le
donne, i suoi saltelli sul ring mandavano ai pazzi gli avversari. Fu tra i
primi a portare sul quadrato dello scontro questo modo di combattere: un
balletto infinito che ai più ricorda ciò che anni più tardi contraddistinse lo
stile del grande Muhammad Ali.
Nel 1933 si contese la corona dei
mediomassimi contro Adolf Witt. Nonostante la palese superiorità di Trollmann,
i giudici non presero una decisione in suo favore ma furono costretti a
cambiare idea sotto le vibranti proteste del pubblico. Poco dopo, però, ci
pensò la federazione tedesca a togliergli ciò che si era giustamente
conquistato, costringendolo a salire di nuovo sul ring e questa volta
obbligandolo a restare fermo, senza poter fare alcun saltello o balletto. Trollmann
perse in cinque round, ma la cosa che destò scalpore fu il modo in cui il
pugile si presentò allo scontro: capelli tinti di biondo e corpo ricoperto di
farina, a ridicolizzare una presunta superiorità della razza ariana.
Trollmann fu rinchiuso in un campo vicino
Amburgo dove i nazisti lo costringevano a combattere per una razione doppia di
cibo. E lui, puntualmente, vinceva. Essere battuti da uno zingaro era però
troppo e così un colpo di pistola mise definitivamente fine alla sua danza.
Nel 2003 la federazione pugilistica tedesca
decise di riconsegnare alla famiglia di Trollmann ciò che era suo, e cioè la
corona dei mediomassimi, iscrivendo “Rukelie” nell’albo dei vincitori.




