giovedì 30 giugno 2016

Bisogna saper volare


Volare non è poi così difficile. Solo che bisogna prendere la rincorsa, correre a più non posso, spingere sulle gambe e sentire il corpo che comincia a librarsi in aria. Prima un braccio, poi la testa, l’altro braccio, il busto, il bacino, le gambe, fino a quell’ultimo piede che si stacca dal terreno. Tallone, arco plantare e dita. Tutto in una sequenza perfetta.

Non bisogna sbagliare nemmeno un passaggio, altrimenti non si vola più. Si corre e basta.

Bobby sogna di volare. Col pallone tra le gambe è il più forte. Non ha avversari quando i suoi piedi toccano terra, quando sente il suono leggiadro degli scarpini che calpestano l’erba, quando affonda nel fango nelle giornate di pioggia. La terra è il suo elemento naturale. Ma non basta.

Deve volare, deve saper staccarsi dal suolo, non aver paura dell’altezza, della perdita di equilibrio che si prova per una frazione di secondo quando ci si lascia trasportare dall’aria. Deve arrivare più in alto dei suoi avversari, svettare tra tutti e centrare la porta con un colpo di testa.

Deve volare perché altrimenti è un giocatore a metà.
Deve volare perché si sente pesante.
Deve volare perché ha bisogno di un pizzico di follia.
Deve volare perché vuole sentirsi libero.
Deve volare perché non c’è alternativa al lasciarsi andare.
Deve volare perché vuol dire vivere.

Ed ora è lì con i suoi compagni, pronto a festeggiare un nuovo successo. La maglia sulle spalle ha sempre lo stesso colore da anni. L’allenatore che gli lancia consigli dalla panchina sempre lo stesso. Bobby trova sicurezza nel voltarsi da una parte e l’altra e vedere solo facce amiche, buone, conosciute. Gli danno la forza di tentare ogni volta un passo in più. Di allungare la sua rincorsa verso il salto. Di provare a staccare almeno un piede da terra.

Ora che sono tutti insieme può provarci veramente, fino in fondo. Ora o mai più.

Inizia la corsa di tutte quelle maglie rosso scuro. Bobby sembra essere il più veloce di tutti. Corre come mai prima. Ha lasciato ogni zavorra. È pronto a saltare, volare e vivere. Si stacca dal terreno. È fatto solo di aria, adesso. Si volta, ma dietro a lui solo pochi compagni. Gli altri sono caduti uno dietro l’altro. Scivolati, inciampati, crollati.

Bobby vola.
Ma è solo. I suoi compagni gli hanno dato la forza per farcela e poi sono rimasti a terra, a guardarlo finalmente sognante tra le nuvole.


Sir Robert Charlton, detto "Bobby"


Ho raccontato di
Robert Charlton, detto “Bobby”, calciatore inglese. Fu campione del mondo nel 1966 con l'Inghilterra, anno in cui si aggiudicò anche il Pallone d’Oro, e campione d'Europa nel 1968 con il Manchester United.
Bobby fu uno dei pochi superstiti del disastro aereo di Monaco di Baviera nel 1958. Il velivolo sul quale viaggiava con i suoi compagni, si schiantò a terra al suo terzo tentativo di decollo da una pista ricoperta di neve mista a fango all'aeroporto di Monaco-Riem, nella Germania Ovest. Quasi tutti morirono nell’incidente: giocatori, staff tecnico e giornalisti.
Otto delle vittime facevano parte di quel Manchester soprannominato “Busby Babes” (i ragazzi di Busby). I giocatori, compreso Bobby, erano stati scoperti e allenati da Jimmy Murphy, che li fece passare dalla sezione giovanile del club alla prima squadra, sotto la guida dell'allenatore Matt Busby. Una squadra che passò alla storia non solo per i grandi risultati ottenuti, ma anche per l’enorme attaccamento alla maglia dimostrato dai suoi giocatori.
Sport e sciagure aree tornano così a incrociare i loro destini, questa volta ponendo la parola fine a una delle squadre più forti dell’epoca e tra le più affascinanti dell’intera storia del football britannico. Una storia fantastica e triste allo stesso tempo, che lascerà lo United con grandi successi (raccolti anche successivamente all’incidente) ed enormi rimpianti.

Articolo pubblicato anche su Storie del Boskov. 

martedì 14 giugno 2016

Alla rincorsa di un'anima

La gomma da masticare gli era rimasta appiccicata alle mani e per gettarla nel secchio ci aveva messo quella frazione di secondo in più.
«Butta immediatamente quella schifezza che hai in bocca», gli aveva strillato la maestra. Ayrton era corso al secchio vicino la cattedra, aveva sputato la gomma nella mano, gli era rimasta appiccicata a un dito e aveva dovuto scrollare un paio di volte prima che cadesse definitivamente nel cesto.

Aveva avuto una sensazione strana appena tornato seduto al suo banco. Aveva perso del tempo. Un battito che ora lo faceva sentire a disagio, alla rincorsa di qualcosa.

Che era effettivamente “in ritardo” Ayrton lo capì qualche giorno dopo. La sua compagna di banco gli diede un bacio, così, a sorpresa. Lo aveva incrociato rientrando dalla ricreazione lungo la via che porta alla scuola e lo aveva baciato. C’erano solo loro due lì.

Ayrton non sentì nulla. E non pensava al sentimento, alle farfalle nello stomaco, al cuore in gola. No, quelle sensazioni c’erano tutte. Ayrton parlava proprio delle labbra della sua compagna che lo toccavano. Non le aveva sentite. Qualcun altro le aveva sfiorate al posto suo, ne aveva assaporato la freschezza.

Così gli capitava per tutto: gli altri baci, gli abbracci, le strette di mano, le pacche sulle spalle, la mano della mamma che lo accarezzava per asciugarli le lacrime sul viso. La sua anima lo precedeva, di quel tanto che bastava a prendersi tutto il bello che la vita aveva preservato ad Ayrton.

Così cominciò a correre. Cominciò a correre più veloce di tutti. Doveva raggiungere la sua anima, riportarsi in paro con lei. Sentire, toccare, provare assieme a lei.
Le gambe non gli bastavano. Provò con la bicicletta ma l’anima gli era lontana quel tanto che bastava da non farlo vivere a pieno. Provò con la motocicletta ma mentre la stava per riagguantare, lei accelerava e lo lasciava indietro. Provò infine con la macchina. A ogni giro, a ogni corsa, a ogni curva il distacco diminuiva.

Ayrton pigiava forte il piede sull’acceleratore. Vedeva l’anima di fronte a lui. Una luce leggera che lo anticipava, in tutto. E allora ancora con più determinazione andava veloce, alla ricerca di quella frazione di secondo di troppo che aveva perso ormai anni fa, nel tentativo di staccare la gomma da masticare appiccicata alle mani.

Alla fine l’agguantò. La raggiunse, proprio in quell’istante. L’istante in cui la sua macchina uscì di strada, andò dritta alla curva, si schiantò e un pezzo della macchina lo colpì. Lui e la sua anima.

Perché lei non gli aveva solo negato i piaceri, gli aveva anche concesso di non sentire i colpi quando si azzuffano con gli amici, di non provare dolore quando era stanco e doveva allenarsi, di non ferirsi quando andava a sbattere. Lo aveva protetto.

Ora lasciavano un corpo in un sussulto. Insieme.


Ayrton Senna

Ho raccontato di
Ayrton Senna, pilota brasiliano di Formula Uno, tra i più forti di sempre. Per tre volte fu campione del mondo: 1988, 1990 e 1991. Nel 1994 morì in un incidente durante il Gran Premio di San Marino, uscendo alla curva del Tamburello e andando a sbattere contro il muro. I segnali di sventura c’erano già stati tutti: durante le prove ci fu l’incidente di Rubens Barrichello, il sabato la morte del pilota austriaco Roland Ratzenberger alla curva Villeneuve, tanto che lo stesso Senna non voleva correre la gara perché non era garantita la giusta sicurezza. A conferma di ciò, anche durante la partenza della gara si scontrarono Lehto e Lamy. I rottami delle vetture provocarono il ferimento di alcuni spettatori.
Poi, l’impatto e l’epilogo tragico del pilota brasiliano. Il medico che lo soccorse disse nel documentario a lui dedicato: «Poi emise un sospiro e il suo corpo si rilassò. Fu in quel momento che, io non sono religioso, ma è in quel momento che pensai che il suo spirito aveva lasciato il corpo».
Su Senna si è letto e scritto tanto. Per quel che vale il mio consiglio, suggerisco il libro “Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna” di  Giorgio Terruzzi (casa editrice 66thand2nd). Da ascoltare, assolutamente, “Ayrton” di Lucio Dalla:
«Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota
e corro veloce per la mia strada
anche se non è più la stessa strada
anche se non è più la stessa cosa
anche se qui non ci sono i piloti
anche se qui non ci sono bandiere
anche se forse non è servito a niente
tanto il circo cambierà città
tu mi hai detto "chiudi gli occhi e riposa"
e io adesso chiudo gli occhi».

giovedì 9 giugno 2016

Carta di ferro

Il ferro fuso e bollente entra negli stampi già preparati. Scorre irradiando calore tutto attorno, si deposita dentro gli angoli più nascosti della sagoma e si raffredda di colpo. Gli operai si avvicinano, picchiano forte con un martello, aprono il sarcofago ed eccoli lì, dei giocatori perfetti: alti, forti, robusti, energici e instancabili.

Non sentono dolore. Non sentono fatica. Non sentono tensione.
Ed è tutto quel che sentono: nulla.

Entrano in campo e compiono il loro dovere. Corrono e segnano. Non hanno attimi di difficoltà o momenti di debolezza. Sono i giocatori perfetti, quelli che ogni allenatore vorrebbe nella propria squadra. Con il fisico compiuto e compatto, come solo il ferro sa plasmare.

Sono lì sul campo quando un pallone arriva a tutta velocità. Colpisce uno di loro in testa e «Boom», cade a terra di botto. Lo sguardo di tutti si sposta dal giocatore svenuto verso l’origine del colpo, seguendo la traiettoria che qualche secondo prima aveva disegnato in aria la palla. C’è Matthias. Piccolo, esile, leggero come un foglio di carta velina. Sulle sue gambe non c’è nemmeno l’abbozzo di un muscolo. Le sue spalle sono strette e all’ingiù.

La partita è domani. La più importante. Non c’è tempo per fondere un nuovo giocatore.
Gli sguardi sono ancora tutti puntati su Matthias. Lui la causa, lui la soluzione. Dovrà scendere in campo a completare la squadra.

E in campo Matthias ci scende, senza paura.

Anche lui sa correre e segnare. E in più sa dribblare.
Ance lui non sente dolore, fatica e tensione. E in più sa emozionarsi.

È talmente piccolo che dagli spalti usano un monocolo da teatro per vederlo bene. È talmente veloce che ogni spettatore si incarica di tener d’occhio uno spicchio di campo e raccontare poi al vicino cosa è accaduto lì quando Matthias è passato. È talmente felice quando segna che le sue urla arrivano fin l’ultima fila dello stadio e sembra che stia strillando direttamente nell’orecchio di ognuno di loro.

Matthias è il più forte. Tutti lo amano. E tutti restano incantati dalle sue prodezze. Anche in quella enorme tribuna d’onore dove, quell’uomo padrone del campo, lo osserva attentamente. Lo vuole con lui. Con la sua squadra. Con i suoi giocatori di titanio.

Scende sull’erba al termine della partita. La squadra di ferro schierata in riga di fronte a lui. Passa davanti a ogni giocatore, lo tocca e il ferro cede, si piega in due. Tutti accettano di passare dal ferro al titanio.

Arriva di fronte a Matthias. Lo tocca. Nulla. Matthias non si piega, non cede. Non vuole giocare con la sua squadra. Non vuole diventare di titanio. Non vuole perdere le sue emozioni, i suoi sentimenti e le sue passioni. Vuole correre, dribblare, segnare e divertirsi.

Ancora un tocco, poi due, tre, dieci e mille. Matthias resta dritto come un fusto quando dal pubblico si sente urlare: «La carta è più forte del ferro e Matthias sarà sempre libero».


Matthias Sindelar, detto "Cartavelina"


Ho raccontato di
Matthias Sindelar, detto "Cartavelina", calciatore austriaco che si oppose a Hitler. Dopo l’Anschluss (annessione dell’Austria al terzo Reich, aprile 1938), la nazionale austriaca giocò il suo ultimo incontro proprio contro la Germania. Al termine del match tutti i giocatori salutarono col braccio alzato Hitler sugli spalti, tranne due: Matthias e Karl Sesta ‘Schasti’, suo grande amico.
Dopo questo episodio Sesta fu più volte perquisito e arrestato. Matthias, forte della sua fama, sembrava invece intoccabile.
L’austriaco fu più volte “invitato” dalla Gestapo a indossare la maglia della nazionale tedesca. Ma il rifiuto di Matthias fu sempre netto e categorico, anche se giustificato dagli acciacchi e dall’avanzare dell’età. Assistette in Francia, assieme alla moglie Camilla Castagnola, a una partita della Germania. Appena entrato allo stadio, tutti intonarono la Marsigliese, rendendolo ancor di più il simbolo dell’antinazismo.
Rientrati in Austra, Matthias e sua moglie Camilla furono trovati morti nel loro appartamento. Ufficialmente per una perdita nella stufa, e quindi per intossicazione da monossido di carbonio. Ufficiosamente, ancora oggi, sono tanti quelli che credono nella difficoltà del regime nazista ad accettare il rifiuto di un giocatore così popolare.

Articolo pubblicato anche su Storie del Boskov. 

lunedì 6 giugno 2016

La libertà di una rincorsa

«La libertà è una cosa semplice»
«Semplice quanto?»
«Molto. Più le domande sono complicate, più le risposte devono essere genuine, quasi scontate».

Tai e la mamma ne parlano ogni sera. Cos’è la libertà? Quella cosa di cui tutti i grandi parlano? Quella che tutti ricercano? Quella che nessuno sente di avere fino in fondo?

«La libertà è fatta di piccole cose. Un pezzetto alla volta, una conquista ogni giorno e alla fine scopri di essere libero»
«E come faccio a capire quali sono le piccole cose che mi renderanno libera?»
«Quando le incontrerai, lo capirai».

Tutti in questo strano paese hanno i piedi ben saldi nel cemento. Non si muovono come vorrebbero, non camminano nella direzione che sognano, non saltano, non corrono, non giocano né si divertono realmente. Credono che tutto questo sia normale, sia giusto così.

Un enorme fiume di cemento in cui trascinano le gambe, a forza. E non si può uscire dall’argine già designato.

«Io sento che c’è qualcosa che mi manca»
«Cercala»
«Ma come mamma?»

Tai mette i piedi giù dal letto e “sbum”, sprofondano in quel fiume di cemento. Percorre la via prestabilita che la porta in bagno, in cucina per la colazione e a scuola. Quando rientra a casa il suo sguardo è catturato da qualcosa che vola in cielo, veloce. Non fa in tempo a distinguere cosa sia.

Pazza di gioia, e spinta da una curiosità irrefrenabile, il giorno successivo Tai si siede sulla panchina vicino a scuola per capire cosa sia quel che le è volato sulla testa il pomeriggio precedente. Ed eccola lì, quella cosa tonda e veloce. Troppo veloce. Tai non riesce a distinguerla, non capisce.

Resta su quella panchina per giorni, settimane, mesi. Sa che lo sguardo non le basta. Non capirà mai cosa le passa sulla testa se resta ferma lì, inchiodata in quel fiume di cemento. Ma la curiosità è tanta, troppa. Non riesce a calmare il suo entusiasmo per la scoperta. Si stira, si allunga, si inerpica. E alla fine, a fatica, un piede esce fuori dal cemento.

Sinistro, poi destro, poi nuovamente sinistro. Al termine un salto.
Tai arriva in alto e afferra quell’oggetto. Una palla. La porta a terra con sé. Ormai può camminare e correre dove vuole. Non deve seguire argini e strade prestabilite. E la palla diventa la sua compagna inseparabile.

«La libertà è una cosa semplice»
«Vero mamma. La libertà sono tre passi e un salto».


Taismary Agüero, detta Tai


Ho raccontato di
Taismary Agüero, pallavolista cubana naturalizzata italiana. Nel giugno del 2001 si trova in Svizzera, a Montreux, per un torneo europeo con la sua nazionale, allora quella cubana. Negli ultimi due anni la sua vita è stata stravolta. Prima gioca a Perugia, nel 2001 viene richiamata a Cuba, come tutti i giocatori di quella nazionalità, e costretta a giocare solo con club dell’isola.
Tai, quindi, decide di fuggire. E decide di farlo dalla Svizzera.
È sera e nell’albergo dove alloggia con le sue compagne di nazionale è pronta la cena. Tai dice alle compagne che deve risalire in camera perché si è scordata qualcosa. Ma la cubana non riapre la porta della sua camera, prende un’uscita secondaria e arriva in un parcheggio dove ad attenderla, col motore acceso, ci sono due sue amiche italiane. Tai sale in macchina, si mette nei sedili posteriori, si rannicchia, si nasconde, spera. Fa finta di dormire. Sa che tra lei e l’Italia c’è una dogana. Ma alla dogana nessuno si accorge di lei e passa senza che vengano controllati i documenti.
La sua fuga, però, ha un risvolto drammatico: a Cuba non potrà più rientrare.
Ottiene la cittadinanza italiana prima venendo assunta come cameriera da una sua amica, poi sposando il suo fisioterapista nel 2005. E dell’Italia indossa anche la maglia azzurra della nazionale.
L’esilio da Cuba fa sentire tutto il suo peso quando la mamma di Tai si ammala. Durante le Olimpiadi di Pechino 2010 la pallavolista, in Cina con le azzurre, fa richiesta di un visto per tornare a Cuba date le condizioni disperate della madre. Vola fino a Francoforte, attende lì il visto per due giorni. Non arriva. Decide di tornare a Pechino. Mentre è lì Tai riceve la notizia che invece il visto è arrivato. Riparte per Francoforte e poi per Cuba. In viaggio suo marito, che nel frattempo era riuscito ad andare a Cuba, le manda un messaggio: «Non tornare, tua mamma è morta». Tai lo legge una volta atterrata. Troppo tardi: non rivedrà sua madre un ultima volta.
Con la forza di una campionessa, però, torna di nuovo in Cina e scende in campo con le sue compagne di squadra. Il visto lo utilizzerà per tornare ad abbracciare i parenti.