Volare non è poi così difficile. Solo che bisogna prendere la
rincorsa, correre a più non posso, spingere sulle gambe e sentire il corpo che
comincia a librarsi in aria. Prima un braccio, poi la testa, l’altro braccio,
il busto, il bacino, le gambe, fino a quell’ultimo piede che si stacca dal
terreno. Tallone, arco plantare e dita. Tutto in una sequenza perfetta.
Non bisogna sbagliare nemmeno un passaggio, altrimenti non si vola
più. Si corre e basta.
Bobby sogna di volare. Col pallone tra le gambe è il più forte.
Non ha avversari quando i suoi piedi toccano terra, quando sente il suono
leggiadro degli scarpini che calpestano l’erba, quando affonda nel fango nelle
giornate di pioggia. La terra è il suo elemento naturale. Ma non basta.
Deve volare, deve saper staccarsi dal suolo, non aver paura dell’altezza,
della perdita di equilibrio che si prova per una frazione di secondo quando ci
si lascia trasportare dall’aria. Deve arrivare più in alto dei suoi avversari,
svettare tra tutti e centrare la porta con un colpo di testa.
Deve volare perché altrimenti è un giocatore a metà.
Deve volare perché si sente pesante.
Deve volare perché ha bisogno di un pizzico di follia.
Deve volare perché vuole sentirsi libero.
Deve volare perché non c’è alternativa al lasciarsi andare.
Deve volare perché vuol dire vivere.
Ed ora è lì con i suoi compagni, pronto a festeggiare un nuovo
successo. La maglia sulle spalle ha sempre lo stesso colore da anni. L’allenatore
che gli lancia consigli dalla panchina sempre lo stesso. Bobby trova sicurezza
nel voltarsi da una parte e l’altra e vedere solo facce amiche, buone,
conosciute. Gli danno la forza di tentare ogni volta un passo in più. Di
allungare la sua rincorsa verso il salto. Di provare a staccare almeno un piede
da terra.
Ora che sono tutti insieme può provarci veramente, fino in fondo.
Ora o mai più.
Inizia la corsa di tutte quelle maglie rosso scuro. Bobby sembra
essere il più veloce di tutti. Corre come mai prima. Ha lasciato ogni zavorra. È
pronto a saltare, volare e vivere. Si stacca dal terreno. È fatto solo di aria,
adesso. Si volta, ma dietro a lui solo pochi compagni. Gli altri sono caduti
uno dietro l’altro. Scivolati, inciampati, crollati.
Bobby vola.
Ma è solo. I suoi compagni gli hanno dato la forza per farcela e
poi sono rimasti a terra, a guardarlo finalmente sognante tra le nuvole.
![]() |
| Sir Robert Charlton, detto "Bobby" |
Ho raccontato di
Robert Charlton, detto “Bobby”, calciatore inglese. Fu campione
del mondo nel 1966 con l'Inghilterra, anno in cui si aggiudicò anche il Pallone
d’Oro, e campione d'Europa nel 1968 con il Manchester United.
Bobby fu uno dei pochi superstiti del disastro aereo di Monaco di
Baviera nel 1958. Il velivolo sul quale viaggiava con i suoi compagni, si
schiantò a terra al suo terzo tentativo di decollo da una pista ricoperta di
neve mista a fango all'aeroporto di Monaco-Riem, nella Germania Ovest. Quasi
tutti morirono nell’incidente: giocatori, staff tecnico e giornalisti.
Otto delle vittime facevano parte di quel Manchester
soprannominato “Busby Babes” (i ragazzi di Busby). I giocatori, compreso Bobby,
erano stati scoperti e allenati da Jimmy Murphy, che li fece passare dalla
sezione giovanile del club alla prima squadra, sotto la guida dell'allenatore
Matt Busby. Una squadra che passò alla storia non solo per i grandi risultati
ottenuti, ma anche per l’enorme attaccamento alla maglia dimostrato dai suoi
giocatori.
Sport e sciagure aree tornano così a incrociare i loro destini,
questa volta ponendo la parola fine a una delle squadre più forti dell’epoca e
tra le più affascinanti dell’intera storia del football britannico. Una storia
fantastica e triste allo stesso tempo, che lascerà lo United con grandi
successi (raccolti anche successivamente all’incidente) ed enormi rimpianti.
Articolo pubblicato anche su Storie del Boskov.
Articolo pubblicato anche su Storie del Boskov.



