L'Italia sulla canna della bicicletta
Sulla canna della bicicletta sono rimasta sola. Eravamo quattro, un
tempo. Ma ora ci sono io e nemmeno più Marco.
Effe è una piccola bimba di vetro, seduta a cavalcioni sulla due ruote, che pensa ai tanti bei momenti passati assieme, al vento in faccia in discesa, al sudore sulle braccia magre durante la salita, agli applausi, alle urla, alle vittorie e alle cadute.
Effe è una piccola bimba di vetro, seduta a cavalcioni sulla due ruote, che pensa ai tanti bei momenti passati assieme, al vento in faccia in discesa, al sudore sulle braccia magre durante la salita, agli applausi, alle urla, alle vittorie e alle cadute.
La prima a salire è stata Pi.
Marco l’ha incontrata il giorno in cui gli hanno regalato la sua prima
bicicletta. Pedalare era faticoso, e soprattutto da solo si annoiava. L’ha
trovata lungo il ciglio della strada per tornare a casa, una gnoma vestita di
rosso da capo a piedi che appena si è arrampicata sulla canna della bici è
diventata scarlatta anche in viso. Ha aiutato Marco ad amare quel movimento
circolare: il piede destro che spinge forte, la pausa, il sinistro che viene
avanti, il quadricipite che si mette in moto, di nuovo la pausa, di nuovo il
piede destro. Così per minuti, ore, giorni, mesi e anni. Ovunque c’era Marco, c’era
la sua bicicletta e Pi.
Subito dopo è toccato a Fo.
Le salite erano tante, troppe. Pi non
bastava più da sola. E allora quando la stanchezza sembrava prendere il
sopravvento, è arrivata lei. Si è posizionata sempre lì, sulla canna della
bicicletta di Marco, e lo ha spronato quando le montagne da scalare si facevano
sempre più ripide. Era piccola, la più piccola di tutti noi, ma era anche la
più dura. Fatta di solo ferro e titanio. Non gli ha permesso di rispettare
tattiche, ma solo di spingere forte sui pedali, arrivare per primo, accorciare
il tempo della salita, della fatica, dell’agonia.
E Marco primo ci arrivava. Sempre. Soprattutto quando la pedalata
era in salita.
Al traguardo fotografi, giornalisti e ammiratori. Ma lui no, lui
voleva solo risalire in sella e fuggire via da quel bagliore. Non amava dire,
raccontare, star seduto su una sedia, dietro a un microfono. Poi è arrivata Ti e lo ha fatto parlare, con
discrezione e delicatezza. Ha rivelato al mondo quel che era, quel che voleva e
quanto amasse avere solo due ruote a fargli da scorta: una che lo precedeva per
assicurarsi che il percorso fosse in sicurezza, l’altra che lo seguiva
coprendogli le spalle dagli avversari.
Alla fine sono arrivata io, Effe.
Marco mi ha raccolta con delicatezza per non distruggermi. Mi ha messo sulla
canna della sua bicicletta insieme agli altri, e per tanti anni ci siamo
divertiti, abbiamo pianto, gioito, ci siamo abbracciati e abbiamo discusso. Ma
tutti insieme eravamo una potenza. La potenza unica di Marco.
Ora Passione ci ha
lasciati, perché andare in bicicletta per Marco è diventato un incubo. Con lei
è sparita Forza, attanagliata dalla paura
e dall’angoscia. L’ultima è stata Timidezza
che si è celata dietro alla solitudine e al rancore.
Su questa canna di bicicletta non riesco più a tenermi stretta da
sola. Sono stanca, delusa e amareggiata. Sono Fragilità, la fragilità di Marco che non sa reagire e rimontare in
sella.
Mi lascio andare. Sono di vetro. Cado e mi rompo.
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| Marco Pantani, il Pirata |
Ho raccontato di
Marco Pantani, tra i più grandi ciclisti di tutti i tempi. Uno
scalatore puro, uno che sulle montagne ha fatto innamorare un popolo e ha
costruito il suo mito.
È stato uno dei pochi corridori a vincere Giro d’Italia e Tour de
France nello stesso anno, nel 1998, risalendo sempre in bicicletta dopo i
numerosi e gravi infortuni.
La sua corsa di eroe sportivo si ferma però nel 1999 a Madonna di
Campiglio, quando gli vengono riscontrati valori di ematocrito superiori dell’1%
a quelli consentiti. Negli occhi dei tifosi ci sono ancora le sue vittorie in
salita, l’ultima proprio nella cittadina trentina, e qualche giorno prima a
Oropa per uno dei successi più belli di Pantani: la catena della sua bicicletta
salta, proprio in salita. Il Pirata si ferma, la rimette, rimonta in sella e
uno a uno riprende tutti i suoi avversari, li sorpassa e va a vincere.
Nessuno vuole credere, quindi, a quanto sta accadendo. Nemmeno
Pantani.
Torna in sella nel 2000, o almeno ci prova. Le difficoltà
psicologiche da superare sono enormi e pian piano il Pirata sprofonda in una
spirale di depressione, droga e solitudine. Non ha più la forza di reagire. Il
14 febbraio 2004, Pantani viene trovato morto nella stanza D5 del residence “Le
Rose” di Rimini. L’autopsia rivela che la morte è stata causata da un edema
polmonare e cerebrale, conseguente a un’overdose di cocaina.
Ma la morte del Pirata è a tutt’oggi avvolta nel mistero. Così
come i suoi valori di ematocrito riscontrati superiori al consentito in quella
maledetta tappa di Madonna di Campiglio. Proprio qualche mese fa sono uscite
delle intercettazioni della Camorra in cui sembrerebbe che il ciclista sia
stato fermato perché in tanti avevano scommesso contro di lui proprio in quel
giro. E i soldi in palio erano tantissimi.
Mentre le indagini continuano, di Pantani ci restano le sue gesta
eroiche e una frase, strappatagli dal giornalista Gianni Mura, che dà l’idea
della sofferenza che c’è dietro a uno sport come il ciclismo: «Marco, perché
vai così forte in salita?» «Per abbreviare la mia agonia».

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