giovedì 12 maggio 2016

L'Italia sulla canna della bicicletta

Sulla canna della bicicletta sono rimasta sola. Eravamo quattro, un tempo. Ma ora ci sono io e nemmeno più Marco.

Effe
è una piccola bimba di vetro, seduta a cavalcioni sulla due ruote, che pensa ai tanti bei momenti passati assieme, al vento in faccia in discesa, al sudore sulle braccia magre durante la salita, agli applausi, alle urla, alle vittorie e alle cadute.

La prima a salire è stata Pi. Marco l’ha incontrata il giorno in cui gli hanno regalato la sua prima bicicletta. Pedalare era faticoso, e soprattutto da solo si annoiava. L’ha trovata lungo il ciglio della strada per tornare a casa, una gnoma vestita di rosso da capo a piedi che appena si è arrampicata sulla canna della bici è diventata scarlatta anche in viso. Ha aiutato Marco ad amare quel movimento circolare: il piede destro che spinge forte, la pausa, il sinistro che viene avanti, il quadricipite che si mette in moto, di nuovo la pausa, di nuovo il piede destro. Così per minuti, ore, giorni, mesi e anni. Ovunque c’era Marco, c’era la sua bicicletta e Pi.

Subito dopo è toccato a Fo. Le salite erano tante, troppe. Pi non bastava più da sola. E allora quando la stanchezza sembrava prendere il sopravvento, è arrivata lei. Si è posizionata sempre lì, sulla canna della bicicletta di Marco, e lo ha spronato quando le montagne da scalare si facevano sempre più ripide. Era piccola, la più piccola di tutti noi, ma era anche la più dura. Fatta di solo ferro e titanio. Non gli ha permesso di rispettare tattiche, ma solo di spingere forte sui pedali, arrivare per primo, accorciare il tempo della salita, della fatica, dell’agonia.

E Marco primo ci arrivava. Sempre. Soprattutto quando la pedalata era in salita.
Al traguardo fotografi, giornalisti e ammiratori. Ma lui no, lui voleva solo risalire in sella e fuggire via da quel bagliore. Non amava dire, raccontare, star seduto su una sedia, dietro a un microfono. Poi è arrivata Ti e lo ha fatto parlare, con discrezione e delicatezza. Ha rivelato al mondo quel che era, quel che voleva e quanto amasse avere solo due ruote a fargli da scorta: una che lo precedeva per assicurarsi che il percorso fosse in sicurezza, l’altra che lo seguiva coprendogli le spalle dagli avversari.

Alla fine sono arrivata io, Effe. Marco mi ha raccolta con delicatezza per non distruggermi. Mi ha messo sulla canna della sua bicicletta insieme agli altri, e per tanti anni ci siamo divertiti, abbiamo pianto, gioito, ci siamo abbracciati e abbiamo discusso. Ma tutti insieme eravamo una potenza. La potenza unica di Marco.

Ora Passione ci ha lasciati, perché andare in bicicletta per Marco è diventato un incubo. Con lei è sparita Forza, attanagliata dalla paura e dall’angoscia. L’ultima è stata Timidezza che si è celata dietro alla solitudine e al rancore.

Su questa canna di bicicletta non riesco più a tenermi stretta da sola. Sono stanca, delusa e amareggiata. Sono Fragilità, la fragilità di Marco che non sa reagire e rimontare in sella.

Mi lascio andare. Sono di vetro. Cado e mi rompo.


Marco Pantani, il Pirata

Ho raccontato di
Marco Pantani, tra i più grandi ciclisti di tutti i tempi. Uno scalatore puro, uno che sulle montagne ha fatto innamorare un popolo e ha costruito il suo mito.
È stato uno dei pochi corridori a vincere Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno, nel 1998, risalendo sempre in bicicletta dopo i numerosi e gravi infortuni.
La sua corsa di eroe sportivo si ferma però nel 1999 a Madonna di Campiglio, quando gli vengono riscontrati valori di ematocrito superiori dell’1% a quelli consentiti. Negli occhi dei tifosi ci sono ancora le sue vittorie in salita, l’ultima proprio nella cittadina trentina, e qualche giorno prima a Oropa per uno dei successi più belli di Pantani: la catena della sua bicicletta salta, proprio in salita. Il Pirata si ferma, la rimette, rimonta in sella e uno a uno riprende tutti i suoi avversari, li sorpassa e va a vincere.
Nessuno vuole credere, quindi, a quanto sta accadendo. Nemmeno Pantani.
Torna in sella nel 2000, o almeno ci prova. Le difficoltà psicologiche da superare sono enormi e pian piano il Pirata sprofonda in una spirale di depressione, droga e solitudine. Non ha più la forza di reagire. Il 14 febbraio 2004, Pantani viene trovato morto nella stanza D5 del residence “Le Rose” di Rimini. L’autopsia rivela che la morte è stata causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguente a un’overdose di cocaina.
Ma la morte del Pirata è a tutt’oggi avvolta nel mistero. Così come i suoi valori di ematocrito riscontrati superiori al consentito in quella maledetta tappa di Madonna di Campiglio. Proprio qualche mese fa sono uscite delle intercettazioni della Camorra in cui sembrerebbe che il ciclista sia stato fermato perché in tanti avevano scommesso contro di lui proprio in quel giro. E i soldi in palio erano tantissimi.
Mentre le indagini continuano, di Pantani ci restano le sue gesta eroiche e una frase, strappatagli dal giornalista Gianni Mura, che dà l’idea della sofferenza che c’è dietro a uno sport come il ciclismo: «Marco, perché vai così forte in salita?» «Per abbreviare la mia agonia».  

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