mercoledì 27 aprile 2016

Un succo di lamponi

Un succo di lamponi e via. Al primo sorso i mattoni cominciano a diventare un prato, al secondo le pareti di casa lasciano il posto alle montagne, all’ultimo Shizo è ormai in un altro luogo. Non più nella casa della signora che le ha offerto quel succo che all’apparenza era davvero succo di lamponi, ma è su prati mai visti e accerchiato da montagne così alte che fino a un secondo prima poteva solo immaginare.

Il vento gli arriva dritto in faccia. Lo asciuga dal sudore, gli manda indietro i capelli e gli fa strizzare gli occhi fino quasi a farli scomparire.
«Riposo». È la parola che gli esce dalle labbra, appena sussurrata. «È l’ora del riposo, del sonno, del sogno». Shizo ama addormentarsi e immaginare che tutto sia possibile. Lo fa da quando era bambino. Quando ha un problema chiude gli occhi, lo focalizza davanti a sé e ogni volta trova un personaggio diverso pronto a sconfiggere quella creatura terribile che diventa ogni sua preoccupazione.

Da quando corre, però, non c’è più riposo per lui. Non ci sono più sogni da fare e mostri da sconfiggere. Deve solo mettere velocemente un piede davanti all’altro. E soprattutto deve vincere. Tutti si aspettano che sia lui il primo a tagliare il traguardo. Appena prova a chiudere gli occhi, quelle creature tremende sono lì, pronte a sbranarlo. Shizo ha paura e quindi non dorme più.

Ormai sono sei anni che le sue palpebre non restano serrate più di qualche secondo. È terrorizzato dai mostri. I personaggi che crea non sono più in grado di sconfiggerli. Anzi, scappano a gambe levate e lo lasciano da solo.

Ora no. Ora c’è quella donna accanto a lui e non corre via nemmeno quando dal lontano orizzonte i mostri cominciano ad avvicinarsi: li raggiungono in un attimo. Shizo ha paura e vorrebbe aprire gli occhi, svegliarsi. Ma non ci riesce. È come se fossero incollati. La donna prende in mano la sua solita caraffa. Versa il suo solito succo di lampone e glielo porge.

«Tonf! Tonf! Tonf!». Uno ad uno i problemi di Shizo cadono a terra, addormentati anche loro. Per sempre.

Ora può farcela, è riposato. Ha dormito cinquantacinque anni tutti di filato ed è pronto a riprendere la sua corsa. Bacia la donna, la ringrazia, si prende una borraccia di succo di lamponi e riprende a correre. Arriva al traguardo ed è primo con il tempo più alto.


Shizo Kanakuri nel 1912 e nel 1967

Ho raccontato di
Shizo Kanakuri, maratoneta giapponese. Prende parte alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 e si presenta come favorito. All’Università di Pechino hanno addirittura fatto una colletta per permettergli di prendere parte ai Giochi. E di vincerli.
Come da pronostico Shizo prende la testa della corsa. Ma al traguardo per primo arriverà il sudafricano McArthur. Il maratoneta non sarà nemmeno secondo e terzo. Anzi, a quel traguardo non arriverà mai. Le forze di polizia svedesi, dopo averlo cercato per giorni, lo daranno per disperso.
Anni più tardi un giornalista si mitte sulle sue tracce. Lo ritrova in Giappone a insegnare geografia. E spiega la sua misteriosa scomparsa: faceva un caldo terribile il giorno della gara (il portoghese Francisco Lázaro perse addirittura la vita a causa della disidratazione) e non c’erano punti di ristoro per gli atleti. Lungo il percorso Shizo accettò l’invito di uno spettatore a bere un succo di lamponi. Si sedette e si addormentò su una poltrona. Quando si risvegliò la gara era già terminata. Per la vergona Shizo fece perdere le sue tracce e tornò in Giappone senza dire nulla.
Nel 1967, però, l’atleta ha la possibilità di portare a termine la sua maratona. Viene invitato infatti al 55° anniversario dei Giochi Olimpici a Stoccolma e taglia il traguardo per primo con il tempo di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti, 20 secondi e 3 decimi.

lunedì 18 aprile 2016

L'esplosione di colori

«Lo conosci il mare?»
«Certo che lo conosco»

«E come fai a dirlo con certezza?»
«Lo cavalco tutti i giorni, con la mia tavola da surf»

«E quindi lo conosci?»
«Sì, te lo ripeto. So quando arrivano le onde, quelle grandi, quelle che ti fanno andare a tutta velocità e sentirti il vento forte sul viso»

«Di che colore è il mare?»
«Ma che domanda? È chiaro che è blu, ti potrebbe rispondere anche un bambino. Forse anche chi il mare non lo ha mai visto in vita sua»

«Risposta sbagliata»
«Ma che dici? Guarda tu stesso. È blu, non c’è alcun dubbio»

«Sei mai andato sotto l’acqua, hai aperto gli occhi, hai visto i pesci, le alghe, il fondale?»
«Beh no, questo no»

Jorge è sulla spiaggia. Le punte dei piedi sono bagnate dalle onde leggere che si arrampicano fino a lui. Non è la giornata per surfare. Allora molla la tavola, comincia a correre verso il mare, prende fiato, si immerge, nuota e apre gli occhi. Colori, solo colori. Niente blu, ma rosso, verde, giallo, arancione, turchese. Il mare è pieno zeppo di colori. Vorrebbe non tornare più in superficie. Vorrebbe portare con sé tutta quella meraviglia inattesa.

Accarezza un pesciolino rosso e la sua mano si colora. Sfiora con la gamba l’alga verde e subito cambia tonalità anche il suo corpo. Guarda una stella marina gialla e i suoi occhi ne assorbono le sfumature.

Esce dall’acqua. Carico di tinte.

«Allora, di che colore è il mare?»
«Di tutte le tonalità del mondo. Anche di più»

Il vecchio si allontana sorridendo. Si gira e gli tira un pallone. «Ora dillo a tutto il mondo di che colore è».

Jorge ormai non è più un surfista. È un portiere di calcio, anzi no, è un giocatore di calcio. Perché lui stretto solamente tra due pali non ci sa stare e allora ogni tanto attacca anche. E segna. Deve far vedere al mondo di che colore è il mare e confinato lì chi vedrebbe mai il suo corpo che da quel tuffo è diventato rosso, verde, giallo, arancione e turchese?

«Di che colore è il calcio?»
«Di tutte le tonalità del mondo. Anche di più». 


Jorge Campos Navarrete


Ho raccontato di
Jorge Campos Navarrete, calciatore messicano unico nel suo genere, a tratti inverosimile.
Da giovane è un surfista e un appassionato di corse a cavallo. Ma poi passa al calcio e diventa famoso ai Mondiali del 1994 negli Stati Uniti per il suo abbigliamento eclettico. Le sue maglie da portiere sono multicolor, cariche di tinte fosforescenti mai viste prime su un campo di calcio e tutte rigorosamente disegnate da lui. Ma la sua ecletticità sta anche nel fatto che Jorge non si limita a fare il portiere. Lui è anche un attaccante, e un attaccante bravo.
Sta simpatico a tutti, subito. Tranne che a Blatter. Il presidente Fifa infatti, proprio in quei Mondiali del ’94, impedisce al portiere messicano di giocare in entrambi i ruoli, sia a gara in corso sia prima che l’incontro abbia inizio, seppur nel regolamento non ci sia nessun divieto esplicito al riguardo. Lo stesso presidente Fifa, poi, nei successivi mondiali in Francia del 1998 obbliga Jorge a non indossare più nemmeno le sue maglie sgargianti, dicendo che possono distrarre gli avversari.
La soddisfazione di oggi, però, è che cercando le immagini di Jorge su internet escono fuori solo colori. Tanti colori, come per il mare. 

giovedì 7 aprile 2016

L'amore è senza respiro

Audrey è ferma nel letto. Dalla finestra guarda i tetti di Parigi. Il grigio, l’azzurro e il giallo tenue si fondono insieme. L’aria è fresca. Il profumo della primavera entra fin dentro casa: si insinua nella fessura della finestra appena aperta e porta con sé il dolciastro del gelsomino cresciuto alla fine della via.

Quel soffio leggero continua la sua corsa e trova lo spiraglio perfetto, quello creato tra il petto di Audrey e il suo busto. Va a morire lì. Ma fa sentire viva Audrey, immobile nel suo letto per paura. Paura che quel tronco bianco che la fa assomigliare per metà a una statua, la renda il bersaglio dei suoi compagni. Allora sta ferma e aspetta. Guarda il blu del cielo. Sogna.

Pipín è fermo in fondo alle scale della casa dei nonni. I colori forti della case di Cuba gli fanno male agli occhi, che perdono ogni giorno di più la capacità di mettere a fuoco. Gli schiamazzi dei suoi amici lo tengono sveglio ma triste allo stesso tempo. Pipín non può correre con loro. Le sue gambe sono incurvate, così come i suoi piedi.

Alza la testa in alto. Sfida il sole e lo fissa a lungo, fin quando non scompare, fin quando le fessure dei suoi occhi si fanno così piccole da non far passare più alcun raggio. Solo il blu del cielo penetra a fondo e arriva dritto al cuore. Sogna.

Il nonno di Audrey e la nonna di Pipín lo sanno. Lo percepiscono il loro dolore. E insieme, come per una formula magica recitata ad alta voce, li abbracciano forte e dicono: «Il mare è la salvezza. C’è un dio che vive laggiù, alla base dell’oceano. E quel dio ti protegge».

L’abbraccio si scioglie. Audrey e Pipín scompaiono, “Puff”. Sono in fondo al mare. Dove il cielo non si vede più, nemmeno se ti sforzi, dove il blu del mare non esiste perché è quasi nero. Sono lontani dal mondo, ma vicini uno all’altro. Una luce tenue li avvolge e li scorta negli abissi di sirene, tritoni e pesci fantastici.

Vivono senza respiro. Perché l’amore ti lascia senza fiato.

Ma Audrey è bella. Bellissima. E di lei si innamorano anche i pesci, le sirene e quel dio in fondo al mare. Quel dio che un giorno ha deciso di tenerla, per sempre, vicino a lui. Nel blu. E lasciare, per sempre, Pipín senza aria.


Audrey Mestre e Pipín Ferreras



Ho raccontato di
Audrey Mestre e Pipìn Ferreras, due apneisti tra i più famosi al mondo. Due giovani dall’infanzia difficile che hanno trovato nel mare la loro ragione di vita, e l’amore.  
Pipín vive a Cuba. È un bambino con piedi e gambe deformi e problemi alla vista. In acqua, però, tutto scompare, anzi, si potenzia. Audrey è di Parigi. Costretta per lunghi anni dalla scoliosi in un busto, che toglie solo quando il nonno materno la porta a nuotare nel sud della Francia.
I due si incontrano nel 1996. Audrey e la sua famiglia si sono da tempo trasferiti in Messico e proprio in quell’anno, a poca distanza da lei, Pipín decide di tentare un nuovo record di immersione. Lei, studiosa di biologia marina, colpisce subito l’attenzione di Pipín e per i due è amore a prima vista. E in acqua, insieme, compiono imprese spettacolari.
Anche Audrey, infatti, comincia con le immersioni. Ad allenarla è Pipín, ormai diventato suo marito. Costretto a uno stop per un malore dopo una risalita, il cubano si concentra sulla moglie. Così, il 12 ottobre 2002, Audrey si prepara a scendere a -171 metri per stabilire un nuovo record. Stampa un bacio sulla bocca di Pipín, l’ultimo, e si immerge. Nel momento della risalita, infatti, qualcosa va storto. Audrey resta senza aria. Il marito se ne accorge e tenta il tutto per tutto: si immerge e la riporta in superficie. Per lei, però, non c’è nulla da fare. Muore poco dopo.
Si è discusso molto sulle mancanze, sulle poche misure di sicurezza messe in campo per un tentativo di record così complicato. Critiche che hanno investito anche Pipìn Ferreras.

lunedì 4 aprile 2016

La danza del gol

Non c’è il momento della felicità. Non c’è la gioia, l’allegria e la contentezza. Tutto è in bianco e nero. Ci si alza presto, si va a lavoro, si fa il proprio dovere e si rientra a casa. Il papà di Roger esce tutte le mattine. Fischia, sale sul suo treno e gira il paese. A volte la sua famiglia lo segue e Roger spera sempre di vedere qualcosa di nuovo, di diverso. Qualcosa di esplosivo.

Il treno corre e gli occhi non intercettano altro che grigio, teste basse e il dovere che si compie. Tutto uguale, tutto ripetitivo. Più che affacciato a un finestrino, Roger pensa di essere in uno di quei cinema scadenti dove la pellicola si blocca e rimanda mille volte la stessa sequenza. Vorrebbe alzarsi, dare un calcio al proiettore e vedere finalmente la scena conclusiva, il lieto fine.

I calci, invece, li va a dare tutti i pomeriggi a un pallone. Anche lì compie il suo dovere, come i suoi compagni. Si allena, corre, palleggia, dribbla e segna. Centra bene la palla col collo del piede, oppure vede il portiere troppo in avanti e gli fa un pallonetto a scavalcarlo, addirittura gli riesce una rovesciata spettacolare a tre metri dalla porta. Ma tutto si spegne lì. La palla tocca il fondo della rete, fa i suoi ultimi rimbalzi e si ferma. Nel silenzio generale.

Passano gli anni e Roger sente crescere dentro la pancia qualcosa. Grida, urla, sbraita ma nulla lo libera da quel peso. Gira il mondo con ai piedi il suo pallone, in cerca di qualcosa di diverso. Entra in campo, corre, insegue la palla e comincia con lei una danza infinita. Tutti i suoi avversari cadono a terra, mentre il pubblico in silenzio segue quel ritmo armonioso. Nulla disturba il ballo di Roger. Anche il vento ha smesso di soffiare. Calcia e gol.

Roger continua a correre, questa volta non si ferma. La sua danza è infinita, la sua gioia è incontenibile. E dal silenzio lo stadio si risveglia in un boato assordante. Tutti sugli spalti ballano e si divertano. Saltano a tempo di musica e si colorano. La pancia di Roger è svuotata di pesi e piena di ritmo.

Dal finestrino del treno, ora, vede solo una lunga danza. Un ritmo infinito. Il ritmo dell’Africa.

Roger Milla mentre danza con la bandierina

Ho raccontato di
Roger Milla, calciatore camerunense famoso per essere il più “anziano” giocatore ad aver segnato durante una Coppa del Mondo ma soprattutto per le sue esultanze. Milla, infatti, è stato il primo a livello internazionale a gioire con una danza, la Makossa, dopo aver segnato un gol. Famoso il suo ballo con la bandierina del calcio d’angolo nei Mondiali di Italia ’90, diventato pochi anni più tardi anche uno spot della Coca-Cola.
Fa conoscere e apprezzare al mondo intero il calcio africano. Con il suo Camerun infatti batte ogni record. “I leoni indomabili”, così vengono chiamati i camerunensi, ottengono una qualificazione storica ai Mondiali in Spagna del 1982, dove escono senza essere mai sconfitti. Pareggiano anche con l’Italia che poi quei Mondiali li vincerà. Ma è nel 1990, proprio in Italia, durante le “Notti Magiche” di Nannini e Bennato, che il personaggio di Milla diventa tale. A 38 anni dice addio al calcio, ma l’Africa intera si mobilita per un suo ritorno in nazionale. Milla accetta e trasforma quei Mondiali nella storia: nella partita d’esordio il Camerun batte l’Argentina di Maradona campione in carica e poi si qualifica per i quarti di finale (prima squadra africana) sconfiggendo la Romania e la Colombia grazie alle doppiette di Milla, festeggiate con la consueta Makossa. In patria è salutato come un eroe, a ritmo di musiche e danze.
Ma un mito non attacca facilmente le scarpette al chiodo e così partecipa anche ai Mondiali del 1994 negli Stati Uniti. Il suo Camerun non ripete l’impresa storica ma lui, con il gol della bandiera a una Russia che si impone 6-1, diventa il più anziano giocatore, a 42 anni, a segnare un gol durante una Coppa del Mondo.
Il Camerun del 1990 resta comunque un sogno ancora oggi. Il giornalista sportivo Gianni Mura dalle colonne di Repubblica scrive alla vigilia di Argentina-Camerun: «Ci può essere la grande sorpresa? Sì, direi che una netta vittoria dell’Argentina può essere considerata una sorpresa».

venerdì 1 aprile 2016

La rabbia della stella

Ali non esiste. È un pulviscolo, una nube, un ammasso di polvere. Ondeggia nello spazio. È in cerca di una strada, di una via, di un modo per diventare reale, visibile, percepibile. Lui lo sa che c’è, che vive. E sa anche che è qualcosa di straordinario.

Il suo vagare lo porta lontano, in posti e luoghi sempre diversi e distanti. E lui osserva, scruta, ascolta e impara. Ovunque arrivi, tutti sono definiti e precisi. Hanno un inizio e una fine. Una linea che li contiene, dei colori decisi, una forma netta. Sono visibili. Hanno una storia da raccontare e anche Ali vuole la sua, ma per ora è solo un ammasso grigiastro.

Prova qualcosa dentro. Non sa bene cosa. Si scalda, diventa sempre più rosso e un granello della sua polvere, magicamente, si illumina. La rabbia, ecco cosa lo sta facendo cambiare. La rabbia per essere diverso, per essere considerato diverso da tutti. Per non avere nulla, non avere diritti, così come altri nubi come lui. Non c’è persona che si accorga di lui quando gli passano accanto. Solo un soffio di vento e nulla di più.

Da quel pulviscolo Ali ci sta uscendo, però. A suon di pugni, cazzotti e soprattutto tanta rabbia. Gira il mondo e vince. Sempre. E i piccoli granelli di polvere che lo compongono si illuminano sempre di più. Ora, è meno invisibile, e oltre ai suoi pugni, le persone sentono anche le sue parole. Il suono arriva alle loro orecchie ben definite. Non è più solo il rumore fastidioso di una brezza che spira.

Non c’è violenza, in Ali. Solo voglia di battersi e trasformarsi in quel che ha sempre saputo di essere: un campione. Un campione per il mondo intero, che non è diviso in buoni e cattivi. Un campione che si batte solo sul ring. Un campione che non prende in mano un fucile. Un campione che non spara. Un campione che non ammazza. Un campione che dice “no” alla guerra e che trasforma definitivamente i suoi granelli di polvere in luce.

Ali è ormai una stella. Che tutti guardano abbagliati.



Muhammad Ali contro Sonny Liston


Ho raccontato di
Cassius Marcellus Clay Jr., meglio noto come Muhammed Ali, uno dei più grandi pugili al mondo. La sua vita di sportivo è imprescindibile da quella di uomo fuori dal ring, di uomo nero che si ritrova a lottare contro un razzismo ancora dilagante negli Stati Uniti d’America degli anni ‘60/’70.
La sua prima vittoria è alle Olimpiadi di Roma del 1960, ma tornato a casa, per rabbia nei confronti di una nazione che fa finta che lui non esista, getta la medaglia d’oro in un fiume. Nel 1964 sfida il campione dei pesi massimi Sonny Liston  e con la sua agilità sul quadrato di combattimento, manda fuori fase l’avversario che cede sotto ai suoi colpi nello stupore generale. Subito dopo l’incontro Cassius annuncia di essersi convertito all’Islam e di aver preso il nome, appunto, di Muhammed Ali.
Ali e Liston si scontrano di nuovo l’anno successivo. Con quello che da molti viene definito il “pungo fantasma” (perché pare non abbia toccato realmente il suo avversario), Ali manda al tappeto per la seconda volta e in brevissimo tempo Liston. Famosa è la sua foto, in piedi dietro al suo avversario disteso a terra, che lo incita a rialzarsi per finire il match.
Anche fuori dal ring la vita di Ali è densa. L’incontro con Malcom X, la lotta per i diritti dei neri e soprattutto il rifiuto ad andare a combattere in Vietnam: «Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro». Tutto questo gli costa una condanna a cinque anni di carcere e la revoca della licenza pugilistica dal 28 aprile 1967 al 28 settembre 1970, quando la sentenza di condanna viene annullata.
Molti dei suoi incontri restano indelebili nella storia del pugilato: con George Foreman, a Kinshasa nell'ottobre del 1974, quando riconquista il titolo mondiale umiliando con un ko il demolitore di Joe Frazier. Ali, contravvenendo a quello che era il suo usuale stile di “danzatore”, rimane in difesa per sette round, lasciando sfogare l'avversario fino a stancarlo e dandogli poi il colpo finale.
Con Frazier, che lo aveva battuto ai punti poco dopo il rientro dalla squalifica, si scontra altre due volte, una delle quale diventa famosa come “Thrilla in Manila”: 14 round senza un momento di sosta. Il più grande incontro di sempre. Prima dell'inizio della quindicesima e ultima ripresa l'allenatore di Frazier ritirò il suo atleta, vedendolo letteralmente distrutto dai jab di Ali. Comunque al momento del ritiro del rivale, il Campione era in vantaggio ai punti.
Agli inizi degli anni ’80 Ali si ritira e poco dopo gli viene scoperta la Sindrome del Parkinson. Alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 è l’ultimo tedoforo. In questa occasione gli viene anche riconsegnata la medaglia olimpica di Roma ’60, quella che aveva gettato nel fiume in segno di protesta.

Muhammed Ali è una stella, una stella che ha sempre saputo di essere tale: «Io sono il più grande. L’ho detto persino prima di sapere di esserlo».