giovedì 25 febbraio 2016

Un salto fin sulla luna

Ogni sera sgattaiola fuori dalle coperte. In silenzio si avvicina alla finestra mentre comincia a fare buio. Le prime stelle appaiono in cielo. E man mano che il buio aumenta, l’emozione cresce. Lei sta per arrivare. La luna apparirà da un momento all’altro.

Il naso schiacciato sulla finestra, il vetro che si appanna e poi quel disco o quello spicchio si fanno sempre più nitidi. «Eccola, eccola!», strilla intimamente Vlad per non farsi beccare fuori dal letto e per di più a piedi scalzi. È il ragazzo che annovera più “primi avvistamenti” al mondo. Sul suo diario ne sono segnati all’incirca mille. Ha otto anni, ha cominciato quando ne aveva tre, e se si contano le serate dove le nuvole e la nebbia non permettevano nemmeno di intravedere la strada sotto casa, si può affermare con certezza che Vlad ha avvistato per primo almeno due lune a settimana.

Vestito da cosmonauta sognava di toccare prima o poi la sua luna. Con missili, navicelle spaziali, razzi potentissimi, un casco in testa e una grossa tuta arancione.

Appiccicato alla finestra come tutte le sere, Vlad sente sulla spalla la carezza della mamma.
«Quando ero bambina alla luna ci si poteva arrivare con un semplice salto, non era così lontana. Magari con un po’ di allenamento ci si può riuscire ancora».

E così Vlad comincia a saltare. A ogni salto diminuisce la distanza tra lui e la luna. A ogni salto sente il suo profumo sempre più forte. A ogni salto è sempre più libero. I suoi compagni di gioco lo prendono in giro: ormai non si usa più saltare fin sulla luna, la distanza è troppo grande. Ormai ci sono la navicelle spaziali che ti portano fin lassù. Potenti razzi che lasciano dietro di loro una scia rossa fuoco e un calore che mai si era avvertito prima.

Ma Vlad continua a saltare. Le sue caviglie con il passare del tempo cambiano forma, diventano delle vere e proprie molle. E tra un tentativo e l’altro, Vlad ci riesce, la tocca. Tocca la Luna. Al salto successivo si mette seduto su di essa e guarda la terra. È azzurra.

Da quelle altezze tutto sembra più bello. Ma ancora più bello è esserci arrivato con un paio di molle ai piedi.


Vladimir Jaščenko, detto Volodja



Ho raccontato di
Vladimir Jaščenko, saltatore in alto dell’allora Unione Sovietica. La sua parabola sportiva non è stata lunga, è durata solo tre anni alla fine degli anni ‘70. Nonostante questo è ricordato da tutti gli appassionati di atletica. Quando infatti il mondo del salto in alto aveva adottato ormai da anni la famosa tecnica Fosbury, e cioè con la schiena rivolta verso l’asticella, Jaščenko continuava a saltare in stile ventrale, con la pancia rivolta verso l’asticella. Nel 1977, a soli diciotto anni, saltò in questo modo 2,33 metri, strappando il record mondiale all’americano Dwight Stones. Addirittura gli scienziati aerospaziali sovietici lo studiarono. Viste le sue doti naturali, pensavano potesse saltare fino a due metri e mezzo.
L’anno dopo a Milano conquistò la medaglia d’oro ai Campionati europei indoor di Milano con la misura di 2,35. Il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport titolarono rispettivamente: “La misura di un elefante” e “La misura di una cabina telefonica”.
Un altro oro arrivò a Praga nel 1978, sempre per i Campionati europei.
Alla fine di quegli anni, però, Jaščenko cominciò ad avere forti dolori al ginocchio sinistro. Fu comunque costretto dai suoi tecnici ad allenarsi e gareggiare, fino a quando il fisico non tenne più il suo passo. Nel 1983 riuscì faticosamente a superare i 2,10 metri.
Morì di tumore al fegato, conseguenza dell’alcolismo in cui era caduto, nel 1999, ad appena 40 anni.
Fuori dal campo Jaščenko non era il tipico sovietico. I suoi capelli lunghi e il suo abbigliamento trasandato davano di lui un’aria bohemién. Diede vita alla prima rivolta sportiva in Unione Sovietica. Durante i campionati europei indoor di atletica a Vienna, protestò per ottenere una quota più elevata di premi a discapito dei dirigenti sportivi. La sua popolarità, che era massima in quel periodo, gli permise di soddisfare tutte le sue richieste.

Il gruppo emiliano Offlaga Disco Pax, dedicò a Jaščenko una canzone, dal titolo appunto “Ventrale”: «Ho visto coi miei occhi saltare in alto due metri e 35 centimetri. Ventrale».

venerdì 19 febbraio 2016

Il quadro di una vita

«Sai chi è Gigi Meroni?»
«No»
«Allora siediti, ti disegnerò la sua storia».

Una tela lunga e stretta, completamente bianca. Colori e pennelli.

Il primo disegno è un rettangolo verde, il campetto da calcio. Qui non c’è precisione, non c’è tattica, non c’è schema. L’unica cosa che conta è il dribbling. Chi lo sa fare bene è il migliore della compagnia. Se sfiori quel rettangolo verde, senti le grida dei bambini che incitano, urlano, litigano. Vedi le ginocchia sbucciate e le mamme che strillano dal balcone quando è pronta la cena.

Si cambiano colori. Il secondo disegno è una bandiera rossa e blu. Quel ragazzo è cresciuto e indossa sulle spalle una maglia importante, con cui si fa conoscere e soprattutto amare. Il solo tocco di quei colori fa risuonare i cori dei tifosi e le loro proteste in piazza quando è pronto ad abbandonare la città. Chi ama non vuole mai che la relazione finisca, e in una corsa pazza per non lasciarlo andare c’è chi muore per lui.

Da disegno a disegno, da amore ad amore. Un cuore color granata lo attende poco più avanti. Sembra un enorme pulsante che una volta spinto proietta le immagini di una partita. Una corsa fino al limite dell’area, un pallonetto e la palla che finisce dietro al portiere. Gol. Un gol di quelli che entrano nella storia, di quelli che cambiano le sorti di un giocatore, di quelli che racconti ai tuoi nipoti.

E poi colori, spirali, luci, palloncini, stelle e coriandoli. Fuori dal campo quel ragazzo ama, ha capelli e baffi lunghi, una mansarda dove dipingere e una gallina al guinzaglio. Toglie pantaloncini e calzini sempre abbassati e mette gli abiti che disegna da solo. Prende la vita con leggerezza e passione. Non ama le rigidità e ogni istante apprezza sempre di più il gusto della libertà, quello che gli hanno sempre trasmesso i dribbling sui campi da calcio.

La luce si spegne e tutto diventa scuro. Il pennello disegna una striscia enorme, nera. Taglia la tela in verticale, quasi al termine del percorso. Si sente il rombo di una macchina, e poi solo silenzio.

«Ma la tela ha ancora un pezzo bianco»
«Sì, perché chi è come Gigi vive anche dopo»


Ancora una volta prende il pennello in mano e disegna una farfalla in quello spazio bianco. Comincia a battere le ali e tutto il quadro si illumina, per non spegnersi mai più. 


Luigi "Gigi" Meroni
Ho raccontato di
Gigi Meroni, calciatore italiano. Un’ala destra che fece sognare per le sue giocate geniali, quelle che le valsero il soprannome di “farfalla”. Ma anche fuori dal campo è diventato un simbolo di libertà e irriverenza.
La prima maglia importane che indossa, rigorosamente con il numero 7, è quella del Genoa, dove fa innamorare tifosi e allenatore per il suo modo irriverente di stare in campo. Quando viene ceduto al Torino per 300 milioni di lire (cifra impensabile in passato) è una città intera a scendere in piazza. Il suo allenatore, Beniamino Santos, viene a conoscenza della vendita mentre è in vacanza. Si mette in macchina per impedirlo ma va a sbattere e muore.
Meroni arriva così al Toro. In una partita che passerà alla storia, con un pallonetto dal limite dell'area finito all'incrocio dei pali, violerà la porta del “Grande Inter” di Helenio Herrera. Dopo tre anni di risultati utili, la compagine nerazzurra cede in casa sotto i colpi della farfalla granata.
Fuori dal campo Meroni è un ragazzo che vive appieno quegli anni di ribellione. I baffi e i capelli lunghi sono solo alcuni segnali. Si disegna gli abiti da solo, dipinge, gira per Torino con una gallina al guinzaglio e vive con una donna separata in anni in cui il divorzio in Italia ancora non esiste. Quella donna è Cristiana Uderstadt, figlia di giostrai e promessa sposa di un aiuto regista romano che sarà poi costretta a sposare. Gigi e Cristiana sono già innamorati e Meroni va addirittura ad assistere segretamente alle sue nozze. Dopo poco coronano il loro sogno d’amore e vanno a vivere insieme in una mansarda, in perfetto stile bohémien.
La sera del 15 ottobre 1967 Meroni torna a casa dopo una partita con l’amico Fabrizio Poletti. Su corso Re Umberto una macchina li investe quando sono a metà della carreggiata. Poletti viene colpito di strisco, Meroni viene sbalzato dall’altra parte della strada dove viene travolto e trascinato per 50 metri. Muore poco più tardi in ospedale. Alla guida della macchina che lo investe per primo c’è Attilio Romero che diventerà presidente del Torino nel 2000.
La settimana dopo il funerale, il Torino affronta la Juventus. Un elicottero passa sullo stadio e lo ricopre di fiori. Nestor Combin, grande amico di Meroni, insiste per giocare e segna tre gol. Il quarto è ad opera di Alberto Carelli, il nuovo numero 7 successo a Meroni. Nel dopo Superga, questo resterà il miglior risultato per il Torino nel derby della Mole.

Un gruppo folk italiano, gli Yo Yo Mundi, gli ha dedicato una bellissima canzone “Chi si ricorda di Gigi Meroni?”:

«Che quando scendo in campo amore mio certi pensieri/dolori si trasformano in un magico show e li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco sempre sono un giocoliere, li faccio godere geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente, per non perdere di vista la palla avvelenata che sembra impazzire innamorata, quando sulla fascia vola la Farfalla Indiavolata».

venerdì 12 febbraio 2016

Piccole palline di elettricità

Piccole palline attaccate addosso. Come tanti pezzettini di ferro su di una calamita. Nessuno le vede, tranne lei, Novella. Non sa cosa siano realmente. E soprattutto non sa a cosa servano. L’accompagnano da sempre.

Cammina per strada.
Gioca.
Va a scuola.
Parla con le amiche.

Sempre.
Immobili nel loro starle attaccate, Novella le trasporta come se non fossero un peso. Sa che hanno un senso, uno scopo. Che sono “buone”.

Poi l’acqua, all’improvviso. Sotto la pioggia quelle palline cominciano ad agitarsi, a colorarsi, a sprigionare una vera e propria carica. Non era mai successo prima. Goccia dopo goccia le palline diventano di un verde smeraldo intenso. Ed emanano una luce vigorosa, bellissima.

In acqua tutto diventa meraviglioso. Novella ha un’energia diversa, particolare. Entra in piscina e comincia a nuotare. È la più veloce di tutte. Sempre. Una scossa la attraversa dalla punta dei piedi a quella dei capelli, corti e attaccati al viso perché bagnati. E si ricorda della lezione a scuola: l’acqua trasmette l’elettricità. Le sue palline sono elettricità pura.

Le braccia spingono via l’acqua rapidamente, i piedi battono a velocità massima e una leggera schiuma bianca la segue a ogni sua bracciata. A ogni virata l’energia aumenta. Come una molla che viene schiacciata al massimo e poi lasciata libera, lanciata senza più ostacoli davanti. La sua mano è sempre la prima a toccare il bordo vasca.

Quando esce dall’acqua, tutto torna normale. Immobile.

Davanti a lei ha ogni volta avversarie più forti, più alte, più muscolose. Ma le sue palline non la deludono mai. Da scariche elettriche sprigionano un’energia fuori dal comune, l’energia di Novella, che nuota e lascia tutti a bocca aperta.


Non con il fuoco, né con l'aria e nemmeno con la terra. Ma con l’acqua Novella ha trovato il suo elemento naturale, quello che fa uscir fuori tutta la sua elettricità.


Novella Calligaris



Ho raccontato di
Novella Calligaris, prima italiana a vincere una medaglia olimpica nel nuoto ai Giochi di Monaco del 1972 e prima primatista mondiale l’anno successivo. È stata un simbolo di quegli anni, tanto che anche il calcio si è fermato per darle il giusto tributo: durante il derby Roma-Lazio all’Olimpico, il tabellone annunciò il suo record del mondo e il pubblico lo accolse con un’ovazione “da stadio”, appunto.
Davanti a lei ha sempre trovato atlete più forti e più prestanti fisicamente. Erano gli anni in cui l’Unione Sovietica, e molto spesso il suo “doping di Stato”, la faceva da padrona. Ma anche con il suo fisico esile, la Calligaris ha sempre sprigionato in acqua un’energia al di fuori del comune. Marx Spitz, il re di Monaco ’72, ha dichiarato: «Che io vinca non è una novità. La vera rivelazione delle Olimpiadi è quell’italiana piccolina, Novella Calligaris». E da quelle Olimpiadi, infatti, la Calligaris è tornata con un argento nei 400 stile libero e un bronzo negli 800 stile libero e 400 misti.

In totale, la Calligaris conta 21 primati europei, 76 italiani, 36 titoli assoluti e 35 indoor.

giovedì 4 febbraio 2016

L'oceano come mantello

Tutti i pomeriggi Giovanni esce da scuola di corsa e si rifugia nella fabbrica del papà a giocare. Migliaia di tessuti colorati sotto cui nascondersi, da lanciare in aria e con cui inventare avventure sempre nuove. Rosso, verde, viola e blu. Ognuno con la sua storia da raccontare.

Sotto il Rosso fa caldo e Giovanni si trova con i suoi fratelli su di una spiaggia enorme. All’orizzonte solo castelli di sabbia a dimensione umana. Ci si può entrare dentro. Mangiare, dormire e giocare.

Sotto il Verde la primavera e i suoi profumi avvolgono Giovanni. Il prato su cui è disteso è colmo di fiori di ogni genere. Corre a perdifiato da una parte all’altra.

Sotto il Viola un sonnellino è d’obbligo. Si riposa e dorme tranquillo come un ghiro.

Ma quando si mette sotto al mantello Blu, allora sì che inizia l’avventura. Giovanni comincia a solcare mari e oceani. A bordo della sua barca va a zonzo per il mondo. Conosce pesci e persone, tutti diversi, tutti interessanti, tutti entusiasmanti. Si spinge sempre più lontano, e sempre da solo. Il vento forte lo sbalza da una parte a l’altra, ma non c’è paura nei suoi occhi, solo tanto divertimento. Anche il freddo non lo spaventa. Fa parte dell’avventura e Giovanni ama ogni folata che gli arriva in faccia. Le onde grandi, poi, sono come montagne russe da prendere con il sorriso sempre stampato sulla faccia.

Esce da sotto il telo blu e lo indossa come un mantello. Dopo il lungo pellegrinare diventa il più classico dei principi, pronto a montare sul suo cavallo bianco e andare in soccorso delle principesse. Di tutto il mondo.

Gli anni sono passati e Giovanni naviga davvero attorno al mondo. Da solo.

Un allarme arriva improvviso. La principessa Isabelle ha bisogno di aiuto. Giovanni ricorda i suoi giochi, le sue avventure e i suoi rocamboleschi salvataggi. Stavolta sarà l’oceano a fargli da mantello. E la barca sarà il suo cavallo bianco.

È l’unico principe azzurro in circolazione, non può tirarsi indietro.
Corre veloce verso di lei. La cerca tra migliaia di flutti, tra migliaia di gocce, tra migliaia di onde. È una distesa Blu infinita. Ma Giovanni e il Blu sono sempre andati d’accordo. Così da lontano la vede, strilla, si avvicina a lei e la porta sul suo cavallo bianco. Verso la vittoria.



Giovanni Soldini


Ho raccontato di
Giovanni Soldini, il più grande velista italiano e tra i più grandi di tutto il mondo. È famoso soprattutto per le sue regate in solitaria. Ma lo è ancor di più, agli occhi dei meno esperti, per il suo salvataggio di Isabelle Autissier nel febbraio 1999.
Soldini è in vantaggio nella terza tappa della Around Alone, giro del mondo in solitaria in quattro tappe. Improvviso arriva l’allarme del naufragio della francese Autissier e Soldini non ci pensa troppo: devia il suo percorso e va alla ricerca dello scafo ribaltato nella tempesta. Chiunque altro ci avrebbe messo troppo tempo.
L’ultima posizione geografica rilevata della Autissier dà un quadrato di venti chilometri per venti dove trovarla. Un’impresa impossibile. Ma Soldini ce la fa e grida con tutta la voce che ha in corpo: «L’ho beccata, l’ho beccata!», filmando quanto sta accadendo e rendendo quel salvataggio ancor più leggendario.
Quella terza tappa, comunque, Soldini la vince lo stesso. Nonostante la deviazione per salvare la Autissier.
Il 29 febbraio 2000 riceve la Légion d'honneur, massima onorificenza dello stato francese, presso il Museo della Marina di Parigi dalle mani del navigatore Gerard d'Aboville, per decisione del presidente francese Jacques Chirac per il salvataggio in mare di Isabelle Autissier.