Un salto fin sulla luna
Ogni sera sgattaiola fuori dalle coperte. In silenzio si avvicina
alla finestra mentre comincia a fare buio. Le prime stelle appaiono in cielo. E
man mano che il buio aumenta, l’emozione cresce. Lei sta per arrivare. La luna
apparirà da un momento all’altro.
Il naso schiacciato sulla finestra, il vetro che si appanna e poi
quel disco o quello spicchio si fanno sempre più nitidi. «Eccola, eccola!»,
strilla intimamente Vlad per non farsi beccare fuori dal letto e per di più a
piedi scalzi. È il ragazzo che annovera più “primi avvistamenti” al mondo. Sul
suo diario ne sono segnati all’incirca mille. Ha otto anni, ha cominciato
quando ne aveva tre, e se si contano le serate dove le nuvole e la nebbia non
permettevano nemmeno di intravedere la strada sotto casa, si può affermare con
certezza che Vlad ha avvistato per primo almeno due lune a settimana.
Vestito da cosmonauta sognava di toccare prima o poi la sua luna. Con
missili, navicelle spaziali, razzi potentissimi, un casco in testa e una grossa
tuta arancione.
Appiccicato alla finestra come tutte le sere, Vlad sente sulla
spalla la carezza della mamma.
«Quando ero bambina alla luna ci si poteva arrivare con un
semplice salto, non era così lontana. Magari con un po’ di allenamento ci si
può riuscire ancora».
E così Vlad comincia a saltare. A ogni salto diminuisce la
distanza tra lui e la luna. A ogni salto sente il suo profumo sempre più forte.
A ogni salto è sempre più libero. I suoi compagni di gioco lo prendono in giro:
ormai non si usa più saltare fin sulla luna, la distanza è troppo grande. Ormai
ci sono la navicelle spaziali che ti portano fin lassù. Potenti razzi che
lasciano dietro di loro una scia rossa fuoco e un calore che mai si era
avvertito prima.
Ma Vlad continua a saltare. Le sue caviglie con il passare del
tempo cambiano forma, diventano delle vere e proprie molle. E tra un tentativo
e l’altro, Vlad ci riesce, la tocca. Tocca la Luna. Al salto successivo si
mette seduto su di essa e guarda la terra. È azzurra.
Da quelle altezze tutto sembra più bello. Ma ancora più bello è
esserci arrivato con un paio di molle ai piedi.
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| Vladimir Jaščenko, detto Volodja |
Ho raccontato di
Vladimir Jaščenko, saltatore in alto dell’allora Unione Sovietica.
La sua parabola sportiva non è stata lunga, è durata solo tre anni alla fine
degli anni ‘70. Nonostante questo è ricordato da tutti gli appassionati di
atletica. Quando infatti il mondo del salto in alto aveva adottato ormai da
anni la famosa tecnica Fosbury, e cioè con la schiena rivolta verso l’asticella,
Jaščenko continuava a saltare in stile ventrale, con la pancia rivolta verso l’asticella.
Nel 1977, a soli diciotto anni, saltò in questo modo 2,33 metri, strappando il
record mondiale all’americano Dwight Stones. Addirittura gli scienziati
aerospaziali sovietici lo studiarono. Viste le sue doti naturali, pensavano potesse
saltare fino a due metri e mezzo.
L’anno dopo a Milano conquistò la medaglia d’oro ai Campionati
europei indoor di Milano con la misura di 2,35. Il Corriere della Sera e La
Gazzetta dello Sport titolarono rispettivamente: “La misura di un elefante” e
“La misura di una cabina telefonica”.
Un altro oro arrivò a Praga nel 1978, sempre per i Campionati
europei.
Alla fine di quegli anni, però, Jaščenko cominciò ad avere forti
dolori al ginocchio sinistro. Fu comunque costretto dai suoi tecnici ad
allenarsi e gareggiare, fino a quando il fisico non tenne più il suo passo. Nel
1983 riuscì faticosamente a superare i 2,10 metri.
Morì di tumore al fegato, conseguenza dell’alcolismo in cui era caduto,
nel 1999, ad appena 40 anni.
Fuori dal campo Jaščenko non era il tipico sovietico. I suoi
capelli lunghi e il suo abbigliamento trasandato davano di lui un’aria bohemién.
Diede vita alla prima rivolta sportiva in Unione Sovietica. Durante i
campionati europei indoor di atletica a Vienna, protestò per ottenere una quota
più elevata di premi a discapito dei dirigenti sportivi. La sua popolarità, che
era massima in quel periodo, gli permise di soddisfare tutte le sue richieste.
Il gruppo emiliano Offlaga Disco Pax, dedicò a Jaščenko una
canzone, dal titolo appunto “Ventrale”: «Ho visto coi miei occhi saltare in alto due metri e 35 centimetri.
Ventrale».


