giovedì 20 ottobre 2016

La medagliata cadavere

Silenzio. Buio. Vento inesistente. Una mano improvvisamente buca il terreno. Esce fuori, sporca e intorpidita. Gira il polso una, due, tre volte. Prima verso destra, poi verso sinistra.

«Bene, il mio colpo ad effetto ancora c’è».

Con calma riaffiora il gomito, il braccio intero e la spalla. E poi, di scatto, ecco che spunta il lato della testa. Margaret si ritrova improvvisamente seduta, «Che strana sensazione», il busto completamente fuori, anche se indiscutibilmente ricoperto di un terriccio ben poco gradevole.

Lo sguardo resta fisso per alcuni minuti, così come immobile è tutto il corpo, sia quello fuori che quello ancora sepolto. Con una mano si accarezza il volto. «Due occhi, un naso, una bocca, due orecchie. Bene, mi pare proprio non manchi nulla di fondamentale». Scuote vorticosamente la testa e tutta la terra le se stacca dal viso. Controlla ancora una volta braccia, gomiti e polsi.

«Adesso è il momento delle gambe». Sulla fronte è evidente tutto lo sforzo di Margaret, ripagato dalla punta di quel ginocchio destro che comincia a fare capolino. E come avvenuto per la prima parte del corpo, prima i gesti sono complicati, minimi e forzati, poi c’è un’esplosione finale che libera di colpo tutte e due gli arti.

Margaret è fuori. Libera. Cerca di togliersi la terra dal vestito alla meno peggio. Quel vestito bianco, lungo, con una cinta nera stretta in vita e un cravattino con sopra lo stemma del suo paese, gli Stati Uniti. Quel vestito che l’ha vista sui campi da golf sotto una Torre Eiffel appena costruita. Quello stesso vestito bianco con cui ha messo in buca tutte le palline con quarantasette colpi.

«Sono in perfetta forma e in perfetta tenuta».

Cammina. Esce dal cimitero. Il pallore è uniformato al suo vestito, e primi sguardi cominciano a posarsi su Margaret. La terra ancora chiazza corpo e abito. Ma lei cammina fiera, con quel cappello fuori moda e sporco che la fa sembrare una nobile decaduta.

«Voglio solo ciò che è mio», va ripetendo ad ogni angolo delle strade. E le parole unite all’aspetto cominciano a terrorizzare un po’ tutti. Cosa vuole? Cosa cerca? Cosa è quel “suo” che va chiedendo?

«Voglio solo ciò che è mio».  E il tono di voce diventa via via sempre più alto, stridente, terrorizzante. Il volto di Margaret quasi cattivo, minaccioso. Quando cammina le persone si ammassano ai lati, con le spalle contro il muro. Non vogliono incrociare il suo sguardo, non vogliono toccarla, nemmeno sfiorarla.

«Voglio solo ciò che è mio». Una donna le se avvicina, le accarezza il viso, prende un fazzoletto dalla tasca e comincia a pulirle l’abito. Margaret sorride. Sdentata ma sorride. «Voglio solo ciò che è mio».

Lei ha vinto. Lei ha mandato tutte le palle in buca. Con solo quarantasette colpi. Lei è stata la prima campionessa olimpica statunitense. E ora vuole la sua medaglia.

È deciso, il giorno successivo sarà il giorno della premiazione. Il paese ormai è in festa, ha imparato a capire Margaret, a guardarla con occhi pieni di empatia.

Sale sul podio costruito in una notte. Squilla l’inno e una medaglia di legno confezionata in fretta e furia viene messa al collo di Margaret. Per lei è come oro.

L’applauso termina e “puff” la vincitrice svanisce.
Resta il suo abito bianco, dentro più nulla. È tornata al suo posto, con una medaglia a farle compagnia lì sotto. Per l’eternità insieme.


Margaret Abbott



Ho raccontato di
Margaret Abbott, golfista e prima statunitense a vincere una medaglia olimpica. Ma senza mai saperlo. Nel 1900 infatti Margaret partecipò alle Olimpiadi organizzate a Parigi durante l’Esposizione Universale. Il programma delle gare era però piuttosto confuso ed era poco chiaro quale incontro facesse parte dei Giochi Olimpiaci e quale invece tenuto solo per diletto durante l’Expo.
Margaret prese parte alle Olimpiadi di golf assieme alla madre Mary Ives Abbott. Chiuse a 47 colpi contro i 65 della mamma. Arrivò prima su dieci concorrenti.
Morì nel 1955 senza mai scoprire di aver conquistato la medaglia d’oro. Solo ricerche successive negli anni Novanta portarono alla luce il suo trionfo e l’assegnazione postuma del titolo. 

lunedì 10 ottobre 2016

Ho scelto un Re

Siamo vecchi. Siamo invecchiati insieme, con tempi diversi, stagioni diverse. Ma non ci siamo separati, non abbiamo mai rinunciato uno all’altro. Quest’amore lo abbiamo coltivato, anche quando la sofferenza di starci accanto era tanta. Troppa.

Ora è il tempo degli acciacchi, quegli acciacchi che rendono ancor più speciale il nostro amore. Perché quando si è giovani e belli, sono capaci tutti a restare insieme. Quando si è in là con gli anni, invece, è complicato, faticoso, macchinoso. Nulla scorre più fluido come prima. Nulla è semplice. Eppure il fascino, il tuo fascino, è tutto lì: la facilità con cui hai sempre preso la scelta difficile di restarmi accanto.

Il nostro amore unico, nato dai capricci di una bambina. Ancora lo ricordo.

«Io voglio un re»
«Ma che dici? Non è più tempo di re»
«E io invece ne voglio uno. Nuovo, moderno, bello, bravo e divertente»
«Non esistono più i re. Soprattutto come li chiedi te»
«Ne inventerò uno solo per me»
«Dai basta, non fare la scema. Re non ce ne sono e non ce ne saranno più».

Corro nella mia camera. Apro il solito libro di principi e principesse e torno a sognare.
Sarò regina e avrò il mio re, ne sono certa. La mamma non capisce nulla, e anche tutte le mie amiche. Sono solo invidiose, e incapaci di sognare, di lasciar volare in alto la fantasia, di farsi trasportare. Tutte hanno avuto la loro favola. Perché io no?
Ora, sono perfettamente consapevole che non potrò avere un re in calzamaglia, con la corona d’oro in testa, che arriva a cavallo e ha un mantello lungo fino ai piedi. Ma chi lo vuole quel tipo di re? Il re di oggi corre, ha i muscoli, è l’idolo di ragazzine adolescenti che hanno le sue immagini attaccate su tutti i muri.

E poi, poco lontano dalla mia camera, in fondo alla strada, c’è quel ragazzo che non smette mai di prendere a calci la palla. Che ha le ginocchia talmente tanto sbucciate da aver cambiato colore. Che parla poco con le parole ma incanta tutti quando comincia a correre con il pallone tra i piedi. Che si guarda intorno e prova amore per quel che lo circonda, per la sua città.

Lo osservo spesso. È abbastanza alto, forse ancora un po’ troppo magrolino, è biondo, è anche bello. Ma la cosa importante è che tutti gli stanno intorno. Tutti fanno il tifo per lui. Tutti lo ammirano e lo amano. E decido che sì, sarai tu il mio re. Per sempre.

Con il mio affetto cresci e diventi forte, il più forte di tutti. Quando entri in campo, lo stadio esplode di gioia. I tuoi gol sono una festa continua. E sempre più il nostro amore cresce. Diventa così grande da essere scomodo, e in tanti vengono ad offrirti un posto nuovo, più affascinante, dove andare. Una terra intonsa da conquistare. Un tifo che si sente già da lontano.

Ma tu no. Tu ti guardi indietro e rivedi quella bambina alla finestra, io, così innamorata. E resti. Resti sempre.

«Ecco il mio Re, quello che non mi abbandona, quello che mi ama e che io amo alla follia».

Adesso siamo grandi, vecchi.
Ma non ci siamo mai separati. E con il nostro sentimento superiamo anche le difficoltà di oggi.

Io sono Roma.

Tu sei Francesco. 

Francesco Totti

Ho raccontato di
Francesco Totti, calciatore, capitano e bandiera della Roma. Da sempre. Considerato uno dei migliori giocatori nella storia del calcio italiano. Per la squadra della Capitale è il miglior realizzatore di tutti i tempi e il calciatore con più presenze, sia per quanto riguarda il campionato che per le coppe europee. È al secondo posto della classifica dei marcatori della Serie A, ed è uno degli 8 calciatori italiani ad aver realizzato almeno 300 reti a livello professionistico. È stato premiato per 5 volte come migliore calciatore italiano agli Oscar del calcio AIC. Nel 2004 è stato incluso nella FIFA 100, lista dei 125 più grandi giocatori viventi selezionata da Pelé e dalla FIFA in occasione delle celebrazioni per il centenario della federazione. Nel 2010 ha inoltre vinto l'ottava edizione del Golden Foot. Nel 2012, in una ricerca della IFFHS, Totti è risultato il calciatore più popolare d'Europa, piazzandosi davanti ad Alessandro Del Piero e Cristiano Ronaldo.

Pubblicato su Storie del Boskov.