La medagliata cadavere
Silenzio. Buio. Vento inesistente. Una mano improvvisamente buca
il terreno. Esce fuori, sporca e intorpidita. Gira il polso una, due, tre
volte. Prima verso destra, poi verso sinistra.
«Bene, il mio colpo ad effetto ancora c’è».
Con calma riaffiora il gomito, il braccio intero e la spalla. E
poi, di scatto, ecco che spunta il lato della testa. Margaret si ritrova
improvvisamente seduta, «Che strana sensazione», il busto completamente fuori,
anche se indiscutibilmente ricoperto di un terriccio ben poco gradevole.
Lo sguardo resta fisso per alcuni minuti, così come immobile è
tutto il corpo, sia quello fuori che quello ancora sepolto. Con una mano si
accarezza il volto. «Due occhi, un naso, una bocca, due orecchie. Bene, mi pare
proprio non manchi nulla di fondamentale». Scuote vorticosamente la testa e
tutta la terra le se stacca dal viso. Controlla ancora una volta braccia,
gomiti e polsi.
«Adesso è il momento delle gambe». Sulla fronte è evidente tutto
lo sforzo di Margaret, ripagato dalla punta di quel ginocchio destro che
comincia a fare capolino. E come avvenuto per la prima parte del corpo, prima i
gesti sono complicati, minimi e forzati, poi c’è un’esplosione finale che
libera di colpo tutte e due gli arti.
Margaret è fuori. Libera. Cerca di togliersi la terra dal vestito
alla meno peggio. Quel vestito bianco, lungo, con una cinta nera stretta in
vita e un cravattino con sopra lo stemma del suo paese, gli Stati Uniti. Quel
vestito che l’ha vista sui campi da golf sotto una Torre Eiffel appena
costruita. Quello stesso vestito bianco con cui ha messo in buca tutte le
palline con quarantasette colpi.
«Sono in perfetta forma e in perfetta tenuta».
Cammina. Esce dal cimitero. Il pallore è uniformato al suo vestito,
e primi sguardi cominciano a posarsi su Margaret. La terra ancora chiazza corpo
e abito. Ma lei cammina fiera, con quel cappello fuori moda e sporco che la fa
sembrare una nobile decaduta.
«Voglio solo ciò che è mio», va ripetendo ad ogni angolo delle
strade. E le parole unite all’aspetto cominciano a terrorizzare un po’ tutti.
Cosa vuole? Cosa cerca? Cosa è quel “suo” che va chiedendo?
«Voglio solo ciò che è mio». E il tono di voce diventa via via sempre più
alto, stridente, terrorizzante. Il volto di Margaret quasi cattivo, minaccioso.
Quando cammina le persone si ammassano ai lati, con le spalle contro il muro.
Non vogliono incrociare il suo sguardo, non vogliono toccarla, nemmeno
sfiorarla.
«Voglio solo ciò che è mio». Una donna le se avvicina, le
accarezza il viso, prende un fazzoletto dalla tasca e comincia a pulirle l’abito.
Margaret sorride. Sdentata ma sorride. «Voglio solo ciò che è mio».
Lei ha vinto. Lei ha mandato tutte le palle in buca. Con solo
quarantasette colpi. Lei è stata la prima campionessa olimpica statunitense. E
ora vuole la sua medaglia.
È deciso, il giorno successivo sarà il giorno della premiazione.
Il paese ormai è in festa, ha imparato a capire Margaret, a guardarla con occhi
pieni di empatia.
Sale sul podio costruito in una notte. Squilla l’inno e una
medaglia di legno confezionata in fretta e furia viene messa al collo di
Margaret. Per lei è come oro.
L’applauso termina e “puff” la vincitrice svanisce.
Resta il suo abito bianco, dentro più nulla. È tornata al suo
posto, con una medaglia a farle compagnia lì sotto. Per l’eternità insieme.
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| Margaret Abbott |
Ho raccontato di
Margaret Abbott, golfista e prima statunitense a vincere una
medaglia olimpica. Ma senza mai saperlo. Nel 1900 infatti Margaret partecipò
alle Olimpiadi organizzate a Parigi durante l’Esposizione Universale. Il
programma delle gare era però piuttosto confuso ed era poco chiaro quale
incontro facesse parte dei Giochi Olimpiaci e quale invece tenuto solo per
diletto durante l’Expo.
Margaret prese parte alle Olimpiadi di golf assieme alla madre
Mary Ives Abbott. Chiuse a 47 colpi contro i 65 della mamma. Arrivò prima su
dieci concorrenti.
Morì nel 1955 senza mai scoprire di aver conquistato la medaglia d’oro.
Solo ricerche successive negli anni Novanta portarono alla luce il suo trionfo
e l’assegnazione postuma del titolo.

