venerdì 16 giugno 2017

Un tulipano in due

Solo arancio. A perdita d’occhio. E solo profumo. Così intenso da penetrare in ogni piccola fessura della più piccola casa del più lontano paese. Il campo di tulipani che ho davanti agli occhi è così: perfetto, preciso, esatto. I contorni sono netti e decisi. Le altezze sono identiche. Le fragranze si riconcorrono uguali a se stesse. Le tonalità sfumano allo stesso modo.

È bellezza? Sì.
È bellezza totale? No.

Perché tutto è uguale a se stesso. Tutto si ripete. È ridondante. Rispetta un ordine preciso e prestabilito. Niente fantasia, niente voci fuori dal coro. Niente è straordinario. Mi incammino e guardo fiore per fiore. Ognuno è solo un fiore. Da solo. Uno stelo, delle foglioline e tanti petali. Ma sempre da solo. 

Raccolgo due tulipani. Johan I e Johan II. Amo dare i nomi ai fiori. Li porto a casa e li metto in un vaso di vetro trasparente. La luce passa attraverso il cristallo e si riflette sui gambi. I gambi, verdi. Loro non li avevo nemmeno notati al campo. Vedevo solo arancione. E invece c’era del verde. Splendente, puro e netto. 

Solo che lì sotto nessuno lo nota. Lì sotto tutto passa inosservato, quasi inutile.
Sembra nulla. E invece è tutto. 

Il mattino seguente gli steli sono intrecciati. Aggrovigliati uno all’altro. E Johan I svetta più in alto, come se avesse scalato millimetro per millimetro l’aria e fosse giunto alla sua altezza, quella giusta. Il suo colore è cambiato. Sempre arancione, ma più intenso, più forte, quasi abbagliante. Il suo profumo è nuovo. Un solo bocciolo inebria l’intera stanza.

Mi avvicino, scruto bene gli steli attorcigliati. 
È Johan II a dargli la forza. È lui che lo sostiene in alto. È lui che gli trasferisce il su colore e il suo profumo. È lui che lo fa essere più bello.

Li tengo lì, sul tavolo della cucina.
Non ci sarebbe la bellezza del I senza la forza, la tenacia e il sacrificio del II.

È bellezza? Sì.
È bellezza totale? Assolutamente sì.

Johan Neeskens

Ho raccontato di
Johan Neeskens, noto come Johan II  per la sua contemporaneità sui campi olandesi con Joahn Cruijff, con cui appunto formava una delle migliori coppie della storia del calcio moderno. Talento precoce, esordisce in nazionale all'età di 19 anni l'11 novembre 1970 contro la Germania Est. Ottiene la sua consacrazione ai Mondiali nel 1974, quando si trasforma in un implacabile match winner: nella prima fase a gironi segna due gol; nella seconda fase a gironi ne realizza altrettanti aprendo le marcature contro la Germania Est e il Brasile. Alla fine risulta addirittura migliore di Johan I. 
Neeskens è in grado di giocare in ogni posizione del campo senza che il suo rendimento ne risenta. Caratteristica perfetta per giocare accanto a Cruijff, che un ruolo preciso non l’ha mai sostanzialmente avuto. In sostanza, senza Johan II non ci sarebbe stata tutta la potenza di Johan I. 

giovedì 25 maggio 2017

Diventare aria

«Dentro questa gabbia, dietro queste sbarre, al di qua del mondo che scorre, ci sei te. Intrappolato da te stesso, dal colore di quella pelle che ti hanno dato quando sei venuto al mondo, dalla cattiveria, dall’invidia, dal non volerti far volare in alto. Ma te sei anche la tua libertà, la via d’uscita, il rispetto per te stesso».

Rubin è all’angolo della sua cella. Il sole di fuori gli appare la mattina presto, entrando da quella finestra che riflette a terra solo lunghe e insuperabili righe. Lo guarda muoversi col passare dei minuti. Da sinistra a destra, fino al buio totale. 

Lui sa che il sole dovrebbe vederlo intero, una palla di fuoco sopra la sua testa che gli riscalda la faccia e gli fa strizzare gli occhi per la troppa luce. E invece è qui, ad accontentarsi del tiepido, dello sbiadito, del pallido. A non strizzare gli occhi, a non alzare lo sguardo, a non sentire il calore che gli passa attraverso, gli scalda il viso, le spalle e le mani. Quelle mani lì, che sono la sua forza e la sua condanna.

«Te sei la tua libertà, la via d’uscita, il rispetto per te stesso».

Si agita e cammina. Pensa. Spera. Ricorda. Ricorda quando era forte e bello, quando sul ring le persone lo incitavano, quando tirava pugni senza sosta, quando le sue braccia colpivano e le sue mani centravano l’obiettivo. Quando il suo avversario cadeva a terra e la sua potenza era sprigionata al massimo. Il talento e il sacrificio si incontravano.

«Te sei la tua libertà».

È all’angolo della cella. Non riesce a distogliere lo sguardo da quel muro che lo separa dal mondo, il suo mondo. Colpisce. Prima piano, poi forte, sempre più forte. Le mani sanguinano, fanno male, ma Rubin non cede di un millimetro. Sente la folla alle sue spalle. E allora picchia senza sosta, senza sentire dolore. L’intonaco bianco gli ricopre i piedi. Le crepe sul muro si fanno sempre più spesse, ed è lì che lui insiste, è lì che continua a dare pugni. La velocità aumenta. È sincopata. È serrata. È breve. 
Rubin diventa un turbinio. Un Uragano. 

Abbatte il muro.
È aria.
Respira accasciato sulle gambe. Sente il sole sulla schiena, alza lo sguardo e strizza gli occhi sorridendo. 
È libero.

«Te sei la tua libertà, la via d’uscita, il rispetto per te stesso».


Rubin Carter, detto "Hurricane"


Ho raccontato di
Rubin Carter, noto anche con il soprannome “Hurricane”, pugile statunitense naturalizzato canadese. La sua carriera di pugile si è svolta tra il 1961 e il 1966, ma Carter deve parte della sua notorietà all'essere stato accusato di un triplice omicidio, avvenuto il 17 giugno 1966 a Paterson, nel New Jersey: sottoposto a processo, fu condannato a due ergastoli ma fu scarcerato nel 1985, quando l'accusa rinunciò a muovere in giudizio una terza volta contro l'illegittimità processuale sollevata dalla Corte Federale sulla base di un possibile pregiudizio razziale subito da Rubin durante l'incriminazione.

giovedì 16 febbraio 2017

Sangue nero di calamita

È bastato un taglio. Sulla punta dell’indice destro. Niente di doloroso, niente di problematico o preoccupante. Eppure quella piccola ferita aveva cambiato la vita di Tommaso per sempre. La goccia di sangue che ne uscì, infatti, era nera. Non rosso scuro, non sangue pesto, non violacea. Nera. Il respiro gli si era bloccato in gola, gli occhi fissavano quella goccia che dall’indice colava sul palmo della mano per poi scivolare lateralmente fino a creare una piccola macchia sul pavimento. Non era riuscito a muoversi per almeno un paio di minuti. Immobile solo a guardare, fissare, domandarsi, capire.

Alla visita dal dottore era andato solo, e ora un po’ se ne pentiva. Aveva tirato fuori quella parola strana: μαγνήτης λίθος. Era greco, e lui il greco non lo aveva mai studiato. «È quello che hai nel sangue», aveva detto lapidario, senza commenti, senza intonazioni nella voce, senza spiegazioni. Solo un «non ne morirai, tranquillo». E perché? Chi lo aveva detto? Come poteva esserne così certo quel dottore che mai aveva visto una cosa simile?

Tommaso era confuso e spaventato. Non riusciva a concentrarsi. Sdraiato sul letto teneva ben stretto il pallone tra le braccia, quasi a voler trovare in lui la forza. Si alzava da quel materasso, in effetti, solo per andare agli allenamenti. Per dare coraggio ai suoi atleti, a quella squadra di ragazzacci che allenava da qualche anno prima. Ragazzacci che da qualche giorno, da quando il sangue nero era gocciato dal suo dito, sembravano più attenti a quel che gli diceva a bordo campo.

La squadra sembrava diversa. Gli atleti prendevano alla lettera tutto quel che Tommaso gli diceva. A ogni partita davano il massimo. Anzi, più del massimo. Lui parlava, loro ascoltavano. Col cuore in mano. Coll’amore di un figlio per un padre. Con la devozione di uno studente verso quell’insegnante in grado di cambiarti la vita. 

E la squadra di Tommaso vinceva. Sempre più spesso, sempre di più, sempre in modo sregolato ma convincente. Ragazzacci erano e ragazzacci restavano, ma sempre attaccati corpo e anima al loro allenatore. Come piccoli spilli, tutti in fila, dritti, perfetti, allineati verso quel sangue nero di Tomasso, quell’oro attrattivo e in continuo movimento.
La loro era una squadra per cui le regole non esistevano, una squadra per cui le leggi erano fatte per essere infrante, una squadra per cui il lieto fine era impossibile. Ma non per Tommaso.

Tommaso e quei ragazzacci, infatti, il campionato lo vinsero. Contro tutto e tutti ma insieme, solo loro, la loro pazzia, coraggio, audacia, eroismo. Solo loro e il loro allenatore.

Sul letto di ospedale ripensava a quei giorni, a quel sangue nero pieno di μαγνήτης λίθος, che altro non era che polvere magnetica. La polvere che quei ragazzacci, matti ma di ferro, avevano seguito dando tutto. 

Quando gli occhi si chiusero definitivamente, il sangue tornò rosso prima di smettere di scorrere. 

Ma la sua forza attrattiva non si è mai esaurita.

Quel pulviscolo magnetico ha lasciato il corpo di Tommaso e in giornate di pioggia torna a cadere sulla terra. Richiama quei ragazzacci, li riporta dal loro maestro a riabbracciarlo e giocare insieme.

Sono calamita e ferro, anche nella morte.


Tommaso Maestrelli




Ho raccontato di
Tommaso Maestrelli, allenatore della Lazio nell’anno dello scudetto 1974. È stato il condottiero di  squadra “polveriera”, pronta a esplodere da un momento all’altro perché composta da giocatori dal carattere forte, spigoloso, in contrasto interno e un po’ pazzi. Giocatori per cui le regole esistevano solamente per essere infrante.
Eppure lui, Maestrelli, è riuscito a con tenacia e capacità a creare una squadra coesa e riconoscente, una squadra in grado di scendere in campo e vincere, una squadra dove lui era il faro indiscusso. Lui è la calamita, i giocatori il ferro che ne è costantemente attratto.Due anni dopo la conquistata del titolo di Campioni d’Italia Maestrelli muore di tumore al fegato. Ma la forza attrattiva verso i suo giocatori continua: pochi mesi dopo Luciano Re Cecconi muore in circostanze misteriose durante una rapina. E poi Giorgio Chinaglia che muore d’infarto nel 2012 e Ferruccio Mazzola nel 2013.