L'Aria nelle fotografie
Click. Patrick guarda la foto di quando aveva appena tre anni. Calzoncini corti e calzini lunghi, sguardo felice e sorriso timido. Dritto come un fuso davanti alla scuola. La rigira nelle mani e cerca di capire cosa manca, cosa non gli torna. Non è il colore. Anzi, il bianco e nero gli dà quel tocco di antico che lo fa sentire grande, adulto, con un passato alle spalle, costruito giorno dopo giorno con la tenacia di sempre.
Click. Patrick guarda la foto di quando aveva appena tre anni. Calzoncini corti e calzini lunghi, sguardo felice e sorriso timido. Dritto come un fuso davanti alla scuola. La rigira nelle mani e cerca di capire cosa manca, cosa non gli torna. Non è il colore. Anzi, il bianco e nero gli dà quel tocco di antico che lo fa sentire grande, adulto, con un passato alle spalle, costruito giorno dopo giorno con la tenacia di sempre.
Click. Un
gruppo di ragazzi si abbraccia, sorride all’obiettivo. C’è chi è seduto a
terra, chi in ginocchio, chi salta sopra i compagni. Patrick è lì nell’angolo a
destra. Sempre spensierato, questo sì, ma mai veramente coinvolto da ciò che
accade. A cosa stava pensando in quel preciso momento? Cosa la foto non riesce
a trasmettere ad anni di distanza? Cosa manca anche qui?
Patrick
sfoglia tutto l’album. Ogni immagine racconta un pezzetto, un frammento, ma mai
la storia completa. Un prima e un dopo che non si conoscono, non si sanno.
Persi, forse per sempre.
La finestra
è aperta. La giornata è tiepida e un leggero vento entra in casa e fa cadere a
terra una foto, appoggiata sul tavolo. Click. C’è un uomo che vola. È in
orizzontale nel cielo, ha delle ali arancioni ed è una gioia posare gli occhi su questa
immagine. Calma, rilassatezza, armonia e letizia ti entrano dentro. Dalla
schiena arrivano alla punta dei piedi e dietro al collo.
Il vento
spira ancora e le foto cominciano ad animarsi.
Quel bambino
con i calzoncini corti e lo sguardo un po’ ingrugnato, comincia a correre. Ecco
cosa aveva fatto quel giorno Patrick! Aveva corso fino a casa della nonna, dopo
la scuola. Aveva mangiato una mela appena raccolta dall’albero e si era messo a
giocare con i suoi compagni fino a tardi sotto casa. Non la voleva fare quella
fotografia. Non voleva perdere tempo. Voleva solo liberarsi, correre, volare.
Quel gruppo
di ragazzi festeggia invece la fine della scuola. Cantano, scherzano, ridono.
Anche Patrick gioisce con loro. Solo che i suoi pensieri sono altrove. Sono in
alto. Rivolti a quel cielo azzurro che li sovrasta. Ecco a cosa stava pensando
nel momento in cui il fotografo ha premuto il tasto: al volo che avrebbe voluto
compiere, alla libertà che avrebbe voluto assaporare, alla leggerezza che
avrebbe voluto provare.
Il vento
soffia ancora e il prima e il dopo delle fotografie prende vita. Non ci sono
solo istanti ma vita. Una vita intera, quella di Patrick. Anche l’uomo con le
ali arancioni comincia a muoversi orizzontalmente. Percorrere tutto il cielo,
avanti e indietro, sopra e sotto. Senza mai fermarsi, senza mai dover
ripartire. Semplicemente vola, decidendo a ogni istante quale porzione di cielo
andare a scoprire, quale nuova meraviglia guardare dall’alto.
È l’aria che
è entrata dentro le fotografie a permettergli di animarsi. È l’aria che è
entrata dentro la casa a permettere a Patrick di ricordare gli istanti prima e
quelli dopo. È l’aria che lo attraversa a permettergli di volare, e quindi di
vivere.
![]() |
| Patrick de Gayardon con la sua tuta alare |
Ho raccontato di
Patrick de
Gayardon, paracadutista francese tra i più famosi al mondo. Un modello da
seguire per chi era dell’ambiente, un mito da adorare per noi bambini che lo
guardavamo volare negli spot televisivi dell’epoca. «Un alieno», così lo
definivano i suoi compagni di volo, per le capacità che aveva di realizzare l’idea
ancestrale del volo.
Nel 1980
comincia a praticare paracadutismo, e nel 1985 e 1988 è campione di Francia.
Passa al “No Limits Sector Team” qualche anno più tardi e comincia a
sperimentare modi sempre diversi di volare: prima lanciandosi da oltre 12mila
metri di altezza, poi praticando lo skysurf, poi gettandosi in uno squarcio di terra
e infine progettando e utilizzando la sua tuta alare che gli consentì davvero di
volare, percorrendo il cielo in orizzontale e non più in verticale.
Muore nel
1998 dopo aver apportato delle modifiche alla sua tuta alare. Voleva spostarsi
da un areo all’altro in volo e per questo aveva inserito un pezzo in più, quel
pezzo che non permise il corretto funzionamento del paracadute, attorno al
quale, per puro caso, si impigliò anche il paracadute di emergenza.
In un
documentario a lui dedicato, uno dei piloti degli aerei che lo accompagnava
nelle sue spedizioni afferma: «Le persone si svegliano la mattina e dimenticano
i loro sogni. Patrick li realizzava ogni giorno».Questa è la
pubblicità della Sector su cui hanno sognato centinaia di generazioni: https://www.youtube.com/watch?v=oUR8ZpYCRt0

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