martedì 20 settembre 2016

Mano nella mano

Era nello spazio. Davvero. Volava sopra ogni essere umano, anche sopra quella coppia che si teneva stretta e fissava il cielo, intuendo un passaggio dell’uomo volante proprio lì.
«Vorrei che mio figlio potesse volare. Vorrei regalargli le altezze, l’equilibrio dell’aria, la forza dei muscoli per tenerlo ben saldo tra le nuvole».

Eccolo Jury, oggi, durante il primo abbraccio che gli dà il suo papà. Gli prende la mano minuscola nella sua e la stringe. E Jury sorride. Quelle due mani inseparabili mentre si cresce e si diventa grandi: quando fanno un patto affinché lui si comporti bene, quando il papà lo accompagna a scuola stringendolo forte mentre attraversano la strada, quando Jury piange ma poi arriva quella mano enorme, callosa, a sfioragli il viso, la spalla, il braccio e poi fino giù alla mano stretta in una morsa che dice: «Tranquillo, ci sono qui io con te. Tu pensa solo a volare».

Quella mano che è lì con lui quando si sporca le sue di pece, per non scivolare. Quando afferra gli anelli e li tiene ben saldi. Quando i muscoli tirano, si irrigidiscono e fanno male. Quando avrebbe solo voglia di mollare la presa, Jury la sente quella mano, che lo tiene stretto. Mentre il papà, da sotto, lo guarda volare, librarsi in alto e vincere, sognare, fantasticare. Sempre insieme.

Ma ecco la malattia, quella che li separa, che mette al letto il papà e fa sentire sempre più stanco Jury, incapace ormai di divertirsi mentre vola. Debole a ogni giro in aria. Intollerante al dolore alle mani mentre tiene stretti gli anelli. Disarmato e disamorato.

È vicino a suo padre. Gli parla, lo sfiora ma lui non risponde, non si muove. E allora decide di raccontargli le sue emozioni, quelle che provava quando era lì in alto, sopra a tutti. Quel che vedeva, quel che sentiva. A ogni parola un piccolissimo muscolo del papà di Jury si muove. Prima il sopracciglio, verso l’alto, come in una smorfia. Poi il naso storto verso destra, la bocca spostata da un sorriso, la spina dorsale sferzata da un brivido improvviso e alla fine la mano. Una stretta forte ed energica a quella di Jury, a dire: «Tranquillo, ci sono qui io con te. Tu pensa solo a volare».

Non c’è più fatica nelle braccia di Jury. Non c’è più età.
Lui vola e suo padre sorride lì in basso, tenendolo per mano.



Jury Dimitri Chechi



Ho raccontato di
Jury Dimitri Chechi, ginnasta italiano specialista degli anelli. Campione olimpico ai Giochi di Atlanta del 1996, cinque volte campione del mondo e quattro volte campione europeo.
Nonostante i tanti successi, la sua carriera è costellata da numerosi infortuni. Ultimo in ordine di tempo quello del 2000 con la rottura del tendine brachiale del bicipite e la conseguente rinuncia alle Olimpiadi di Sydney. L’età che avanza fa il resto e Jury decide di ritirarsi.
Nel frattempo suo padre, che gli aveva dato quel nome perché affascinato dal primo cosmonauta russo nello spazio Jurij Gagarin, si ammala. Il ginnasta gli fa quindi una promessa: partecipare ai Giochi di Atene del 2004. Ed è in quel momento che suo padre reagisce e gli stringe la mano. Jury, in barba ad ogni statistica, torna ad allenarsi e in Grecia conquista una medaglia di bronzo che vale più di altri mille trofei, quella conquistata anche grazie a suo padre. 

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