Diventare aria
«Dentro questa gabbia, dietro queste sbarre, al di qua del mondo che scorre, ci sei te. Intrappolato da te stesso, dal colore di quella pelle che ti hanno dato quando sei venuto al mondo, dalla cattiveria, dall’invidia, dal non volerti far volare in alto. Ma te sei anche la tua libertà, la via d’uscita, il rispetto per te stesso».
Rubin è all’angolo della sua cella. Il sole di fuori gli appare la mattina presto, entrando da quella finestra che riflette a terra solo lunghe e insuperabili righe. Lo guarda muoversi col passare dei minuti. Da sinistra a destra, fino al buio totale.
Lui sa che il sole dovrebbe vederlo intero, una palla di fuoco sopra la sua testa che gli riscalda la faccia e gli fa strizzare gli occhi per la troppa luce. E invece è qui, ad accontentarsi del tiepido, dello sbiadito, del pallido. A non strizzare gli occhi, a non alzare lo sguardo, a non sentire il calore che gli passa attraverso, gli scalda il viso, le spalle e le mani. Quelle mani lì, che sono la sua forza e la sua condanna.
«Te sei la tua libertà, la via d’uscita, il rispetto per te stesso».
Si agita e cammina. Pensa. Spera. Ricorda. Ricorda quando era forte e bello, quando sul ring le persone lo incitavano, quando tirava pugni senza sosta, quando le sue braccia colpivano e le sue mani centravano l’obiettivo. Quando il suo avversario cadeva a terra e la sua potenza era sprigionata al massimo. Il talento e il sacrificio si incontravano.
«Te sei la tua libertà».
È all’angolo della cella. Non riesce a distogliere lo sguardo da quel muro che lo separa dal mondo, il suo mondo. Colpisce. Prima piano, poi forte, sempre più forte. Le mani sanguinano, fanno male, ma Rubin non cede di un millimetro. Sente la folla alle sue spalle. E allora picchia senza sosta, senza sentire dolore. L’intonaco bianco gli ricopre i piedi. Le crepe sul muro si fanno sempre più spesse, ed è lì che lui insiste, è lì che continua a dare pugni. La velocità aumenta. È sincopata. È serrata. È breve.
Rubin diventa un turbinio. Un Uragano.
Abbatte il muro.
È aria.
Respira accasciato sulle gambe. Sente il sole sulla schiena, alza lo sguardo e strizza gli occhi sorridendo.
È libero.
«Te sei la tua libertà, la via d’uscita, il rispetto per te stesso».
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| Rubin Carter, detto "Hurricane" |
Ho raccontato di
Rubin Carter, noto anche con il soprannome “Hurricane”, pugile statunitense naturalizzato canadese. La sua carriera di pugile si è svolta tra il 1961 e il 1966, ma Carter deve parte della sua notorietà all'essere stato accusato di un triplice omicidio, avvenuto il 17 giugno 1966 a Paterson, nel New Jersey: sottoposto a processo, fu condannato a due ergastoli ma fu scarcerato nel 1985, quando l'accusa rinunciò a muovere in giudizio una terza volta contro l'illegittimità processuale sollevata dalla Corte Federale sulla base di un possibile pregiudizio razziale subito da Rubin durante l'incriminazione.

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