La libertà di una rincorsa
«La libertà è una cosa semplice»
«Semplice quanto?»
«Molto. Più le domande sono complicate, più le risposte devono
essere genuine, quasi scontate».
Tai e la mamma ne parlano ogni sera. Cos’è la libertà? Quella cosa
di cui tutti i grandi parlano? Quella che tutti ricercano? Quella che nessuno
sente di avere fino in fondo?
«La libertà è fatta di piccole cose. Un pezzetto alla volta, una
conquista ogni giorno e alla fine scopri di essere libero»
«E come faccio a capire quali sono le piccole cose che mi
renderanno libera?»
«Quando le incontrerai, lo capirai».
Tutti in questo strano paese hanno i piedi ben saldi nel cemento. Non
si muovono come vorrebbero, non camminano nella direzione che sognano, non
saltano, non corrono, non giocano né si divertono realmente. Credono che tutto questo
sia normale, sia giusto così.
Un enorme fiume di cemento in cui trascinano le gambe, a forza. E
non si può uscire dall’argine già designato.
«Io sento che c’è qualcosa che mi manca»
«Cercala»
«Ma come mamma?»
Tai mette i piedi giù dal letto e “sbum”, sprofondano in quel
fiume di cemento. Percorre la via prestabilita che la porta in bagno, in cucina
per la colazione e a scuola. Quando rientra a casa il suo sguardo è catturato
da qualcosa che vola in cielo, veloce. Non fa in tempo a distinguere cosa sia.
Pazza di gioia, e spinta da una curiosità irrefrenabile, il giorno
successivo Tai si siede sulla panchina vicino a scuola per capire cosa sia quel
che le è volato sulla testa il pomeriggio precedente. Ed eccola lì, quella cosa
tonda e veloce. Troppo veloce. Tai non riesce a distinguerla, non capisce.
Resta su quella panchina per giorni, settimane, mesi. Sa che lo
sguardo non le basta. Non capirà mai cosa le passa sulla testa se resta ferma
lì, inchiodata in quel fiume di cemento. Ma la curiosità è tanta, troppa. Non riesce
a calmare il suo entusiasmo per la scoperta. Si stira, si allunga, si inerpica.
E alla fine, a fatica, un piede esce fuori dal cemento.
Sinistro, poi destro, poi nuovamente sinistro. Al termine un
salto.
Tai arriva in alto e afferra quell’oggetto. Una palla. La porta a
terra con sé. Ormai può camminare e correre dove vuole. Non deve seguire argini
e strade prestabilite. E la palla diventa la sua compagna inseparabile.
«La libertà è una cosa semplice»
«Vero mamma. La libertà sono tre passi e un salto».
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| Taismary Agüero, detta Tai |
Ho raccontato di
Taismary Agüero, pallavolista cubana naturalizzata italiana. Nel
giugno del 2001 si trova in Svizzera, a Montreux, per un torneo europeo con la
sua nazionale, allora quella cubana. Negli ultimi due anni la sua vita è stata
stravolta. Prima gioca a Perugia, nel 2001 viene richiamata a Cuba, come tutti
i giocatori di quella nazionalità, e costretta a giocare solo con club dell’isola.
Tai, quindi, decide di fuggire. E decide di farlo dalla Svizzera.
È sera e nell’albergo dove alloggia con le sue compagne di
nazionale è pronta la cena. Tai dice alle compagne che deve risalire in camera
perché si è scordata qualcosa. Ma la cubana non riapre la porta della sua
camera, prende un’uscita secondaria e arriva in un parcheggio dove ad attenderla,
col motore acceso, ci sono due sue amiche italiane. Tai sale in macchina, si
mette nei sedili posteriori, si rannicchia, si nasconde, spera. Fa finta di
dormire. Sa che tra lei e l’Italia c’è una dogana. Ma alla dogana nessuno si
accorge di lei e passa senza che vengano controllati i documenti.
La sua fuga, però, ha un risvolto drammatico: a Cuba non potrà più
rientrare.
Ottiene la cittadinanza italiana prima venendo assunta come
cameriera da una sua amica, poi sposando il suo fisioterapista nel 2005. E dell’Italia
indossa anche la maglia azzurra della nazionale.
L’esilio da Cuba fa sentire tutto il suo peso quando la mamma di
Tai si ammala. Durante le Olimpiadi di Pechino 2010 la pallavolista, in Cina
con le azzurre, fa richiesta di un visto per tornare a Cuba date le condizioni
disperate della madre. Vola fino a Francoforte, attende lì il visto per due
giorni. Non arriva. Decide di tornare a Pechino. Mentre è lì Tai riceve la
notizia che invece il visto è arrivato. Riparte per Francoforte e poi per Cuba.
In viaggio suo marito, che nel frattempo era riuscito ad andare a Cuba, le
manda un messaggio: «Non tornare, tua mamma è morta». Tai lo legge una volta
atterrata. Troppo tardi: non rivedrà sua madre un ultima volta.
Con la forza di una campionessa, però, torna di nuovo in Cina e
scende in campo con le sue compagne di squadra. Il visto lo utilizzerà per
tornare ad abbracciare i parenti.

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