giovedì 9 giugno 2016

Carta di ferro

Il ferro fuso e bollente entra negli stampi già preparati. Scorre irradiando calore tutto attorno, si deposita dentro gli angoli più nascosti della sagoma e si raffredda di colpo. Gli operai si avvicinano, picchiano forte con un martello, aprono il sarcofago ed eccoli lì, dei giocatori perfetti: alti, forti, robusti, energici e instancabili.

Non sentono dolore. Non sentono fatica. Non sentono tensione.
Ed è tutto quel che sentono: nulla.

Entrano in campo e compiono il loro dovere. Corrono e segnano. Non hanno attimi di difficoltà o momenti di debolezza. Sono i giocatori perfetti, quelli che ogni allenatore vorrebbe nella propria squadra. Con il fisico compiuto e compatto, come solo il ferro sa plasmare.

Sono lì sul campo quando un pallone arriva a tutta velocità. Colpisce uno di loro in testa e «Boom», cade a terra di botto. Lo sguardo di tutti si sposta dal giocatore svenuto verso l’origine del colpo, seguendo la traiettoria che qualche secondo prima aveva disegnato in aria la palla. C’è Matthias. Piccolo, esile, leggero come un foglio di carta velina. Sulle sue gambe non c’è nemmeno l’abbozzo di un muscolo. Le sue spalle sono strette e all’ingiù.

La partita è domani. La più importante. Non c’è tempo per fondere un nuovo giocatore.
Gli sguardi sono ancora tutti puntati su Matthias. Lui la causa, lui la soluzione. Dovrà scendere in campo a completare la squadra.

E in campo Matthias ci scende, senza paura.

Anche lui sa correre e segnare. E in più sa dribblare.
Ance lui non sente dolore, fatica e tensione. E in più sa emozionarsi.

È talmente piccolo che dagli spalti usano un monocolo da teatro per vederlo bene. È talmente veloce che ogni spettatore si incarica di tener d’occhio uno spicchio di campo e raccontare poi al vicino cosa è accaduto lì quando Matthias è passato. È talmente felice quando segna che le sue urla arrivano fin l’ultima fila dello stadio e sembra che stia strillando direttamente nell’orecchio di ognuno di loro.

Matthias è il più forte. Tutti lo amano. E tutti restano incantati dalle sue prodezze. Anche in quella enorme tribuna d’onore dove, quell’uomo padrone del campo, lo osserva attentamente. Lo vuole con lui. Con la sua squadra. Con i suoi giocatori di titanio.

Scende sull’erba al termine della partita. La squadra di ferro schierata in riga di fronte a lui. Passa davanti a ogni giocatore, lo tocca e il ferro cede, si piega in due. Tutti accettano di passare dal ferro al titanio.

Arriva di fronte a Matthias. Lo tocca. Nulla. Matthias non si piega, non cede. Non vuole giocare con la sua squadra. Non vuole diventare di titanio. Non vuole perdere le sue emozioni, i suoi sentimenti e le sue passioni. Vuole correre, dribblare, segnare e divertirsi.

Ancora un tocco, poi due, tre, dieci e mille. Matthias resta dritto come un fusto quando dal pubblico si sente urlare: «La carta è più forte del ferro e Matthias sarà sempre libero».


Matthias Sindelar, detto "Cartavelina"


Ho raccontato di
Matthias Sindelar, detto "Cartavelina", calciatore austriaco che si oppose a Hitler. Dopo l’Anschluss (annessione dell’Austria al terzo Reich, aprile 1938), la nazionale austriaca giocò il suo ultimo incontro proprio contro la Germania. Al termine del match tutti i giocatori salutarono col braccio alzato Hitler sugli spalti, tranne due: Matthias e Karl Sesta ‘Schasti’, suo grande amico.
Dopo questo episodio Sesta fu più volte perquisito e arrestato. Matthias, forte della sua fama, sembrava invece intoccabile.
L’austriaco fu più volte “invitato” dalla Gestapo a indossare la maglia della nazionale tedesca. Ma il rifiuto di Matthias fu sempre netto e categorico, anche se giustificato dagli acciacchi e dall’avanzare dell’età. Assistette in Francia, assieme alla moglie Camilla Castagnola, a una partita della Germania. Appena entrato allo stadio, tutti intonarono la Marsigliese, rendendolo ancor di più il simbolo dell’antinazismo.
Rientrati in Austra, Matthias e sua moglie Camilla furono trovati morti nel loro appartamento. Ufficialmente per una perdita nella stufa, e quindi per intossicazione da monossido di carbonio. Ufficiosamente, ancora oggi, sono tanti quelli che credono nella difficoltà del regime nazista ad accettare il rifiuto di un giocatore così popolare.

Articolo pubblicato anche su Storie del Boskov. 

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