Sospiri finiti
Ho un numero limitato di
respiri. Di sospiri poi, ancor meno. Li faccio tutti lentamente, con cadenza
regolare. Dispiaceri o piaceri per me sono proibiti. Se la mia vita fosse
tracciata come quando si fa un elettrocardiogramma, sarebbe piatta. Nessun picco,
né in alto né in basso. La chiamano tranquillità.
Quando gioco con i miei cugini, gli unici ammessi a casa mia, e
solo per poche ore, mia mamma mi ripete all’infinito di stare calmo, di non
eccitarmi troppo, di non lasciarmi trasportare dalle emozioni. E loro, poveri,
sono istruiti allo stesso modo. Si annoiano, lo vedo, lo percepisco. Una volta
mi hanno proposto di giocare ai pirati, di nascosto. Mi hanno messo un’armatura
di cuscini: sopra, sotto, di lato, in testa e perfino sui piedi. Tutto il corpo
era protetto da uno strato morbido. Pensavano che così sarei stato protetto. E
invece al terzo colpo di baionetta, ho fatto tre lunghi respiri ravvicinati e
son caduto a terra. Mi sono risvegliato la mattina dopo. La faccia di mia mamma
tra il preoccupato e l’arrabbiato (più la seconda, a dire il vero). I miei
cugini banditi da casa per tre mesi.
Quella volta ho perso quattro giorni di vita. Ma che divertimento.
I miei cugini tifano Inter. A loro è concesso tifare, guardare le
partite la domenica, arrabbiarsi e gioire. Io conosco il calcio solo attraverso
i libri, i vecchi ritagli di giornale di mio papà. Ma non ho mai visto una
partita. Li sento parlare. E sento un nome: «Mazzola». Il mio respiro si fa più
serrato ma resisto: «Mazzola? Ma chi? Come? Non era morto? E Superga?». Per un
istante ho pensato che mi avessero preso tutti in giro, che il Grande Toro
fosse solo un’invenzione di mio padre, per raccontarmi qualcosa di più
eccitante la sera, di nascosto da mamma.
«Ma questo è il figlio», esclamano in senso di sberleffo i miei
cugini.
Ci siamo messi d’accordo io e loro. Devo vedere una partita di
Mazzola. Devo riuscire a piazzarmi davanti un televisore a fare il tifo.
Tutto è programmato. È un pomeriggio d’inverno, è festa, i parenti
sono in cucina a discutere davanti a una tazza di caffè. Noi accendiamo di
nascosto la televisione, il volume impercettibile (e poi anche al massimo non
sarebbe in grado di sovrastare le urla stridule di mia zia). L’Inter è a Budapest,
gioca la partita di Coppa dei Campioni contro il Vasas. Siamo in ritardo e i
nero azzurri hanno già segnato il primo gol. Ma a me poco interessa. Io voglio
solo vedere Mazzola, il figlio.
Lo cerco disperatamente con gli occhi. Lo vedo. Elegante, longilineo,
raffinato. Lo immaginavo proprio così. Ma vederlo è tutt’altro. «Mi bastano
dieci minuti e poi spengiamo», avevo detto ai miei cugini. Invece i minuti
passano e la voglia di continuare a vederlo danzare non si assopisce.
Inizia la sua rincorsa da metà campo e con agilità si avvicina
alla porta avversaria. I miei cugini cominciano a staccare il sedere dal
divano, un pezzetto per volta, le braccia rivolte sempre più verso il
televisore. Il mio cuore batte all’impazzata, lo sento in gola. E il fiato è
ogni istante più corto.
Mazzola supera i difensori, uno dopo l’altro. E lì arriva il primo
«Tira» sussurrato dai miei cugini, paonazzi per lo sforzo di non urlare. Supera
anche il portiere e il secondo «Tira» sale di tono, accompagnato da movimenti
felini verso il televisore. Ma Mazzola è un signore, aspetta che il portiere
rientri e solo in quell’istante, nell’attimo esatto in cui il mio fiato si sta
per spezzare, finito, esaurito, all’ultima goccia… tira. E segna.
È un istante, anche se sembra un’eternità. Urlo «Gol», non so
come, non so perché. Ho terminato il fiato a mia disposizione. Ma che
divertimento.
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| Sandro Mazzola |
Ho raccontato di
Alessandro Mazzola, detto Sandro. È considerato uno dei calciatori
italiani più forti di sempre, campione europeo nel 1968 e vicecampione del
mondo nel 1970. Figlio di Valentino Mazzola, vittima della tragedia di Superga
con il Grande Torino.Sandro ha legato la sua storia calcistica all’Inter, prima come
giocatore e poi come dirigente. Il suo gol più bello, e forse uno tra i più
belli in assoluto, l’ha segnato al Vasas durante una partita di Coppa dei
Campioni nel 1966. Parte da centrocampo, supera tutta la difesa ungherese,
supera anche il portiere, si accentra ma non tira. Tutti quelli che assistono
alla partita non fanno che gridare all’unisono: «Tira, tira!!». Ma lui ancora
non lo fa. Aspetta addirittura il rientro del portiere, fino a quando non
infila un pallone nell’angolo alla sinistra del difensore estremo del Vasas. È gol,
uno dei più entusiasmanti di sempre.
Pubblicato su Storie del Boskov.
Pubblicato su Storie del Boskov.

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