mercoledì 13 gennaio 2016

Amici di corda

Dražen si sveglia presto tutte le mattine. Corre in palestra e per tre ore tira la palla in direzione del canestro prima di andare a scuola. Il talento non gli basta. Ama la perfezione e vuole conoscere ogni dettaglio, apprendere fino all’ultimo, capire prima degli altri in che direzione andrà il pallone. E perché.

Vlade è più spavaldo. I suoi diciassette anni li vuole vivere a pieno, senza rinunciare a nulla, nemmeno alle sigarette. Per lui la pallacanestro è intuizione, coraggio e un pizzico di follia. È un gigante già ora, ad appena diciassette anni. Il doppio dei suoi compagni di squadra.

Due ragazzi insoliti, talentuosi e molto diversi che un giorno poggiano le mani contemporaneamente sul pallone e “Puff”, una magia li avvolge. Quei due ragazzi si ritrovano isolati dal mondo, faccia a faccia, occhi negli occhi. Una corda stringe il torace di Dražen e continua dalla parte opposta a cingere quello di Vlade. La sensazione è quella di un abbraccio. Infinito. Un abbraccio che i due ragazzi si scambieranno poi veramente milioni di volte, dentro e fuori dal campo, per consolarsi, per incoraggiarsi e per non sentirsi mai soli.

Quando oceani e continenti li dividono loro sanno cosa fare: tirano leggermente la corda e sentono dall’altro capo l’amico e la sensazione del suo abbraccio. Dražen e Vlade crescono con questa consapevolezza e diventano due giocatori formidabili che quando si trovano a calpestare lo stesso parquet con la stessa maglia sulle spalle, compiono appieno l’incantesimo. Gli spettatori restano estasiati dalla loro bravura. Una scia di stelle li segue quando corrono e si lanciano il pallone.

Ma i terremoti arrivano senza preavviso e sono gli unici in grado di spezzare le magie.

Uno enorme sconquassa il mondo di Dražen e Vlade. Vengono sbalzati su due montagne differenti, uno su un cucuzzolo, uno sull’altro. Vlade si sbraccia, salta e strilla per farsi vedere dal suo compagno Dražen. Ma nulla, l’amico continua a voltargli le spalle, senza accorgersi di lui.

Passano i mesi e gli anni così. Le montagne si allontano e i due campioni non riescono più nemmeno a scorgersi all’orizzonte.  

Vlade, solo, sconsolato e seduto a terra, si ricorda di quando erano adolescenti. E ci prova, tira la corda. Inaspettatamente sente quella stretta al torace, come un abbraccio.

La corda tra loro è ancora stretta.


E anche se non vede più Dražen, sa dove cercare il suo abbraccio. All’infinito.

Vlade Divac e Dražen Petrović


Ho raccontato di
Dražen Petrović e Vlade Divac, due cestisti degli anni novanta. Amici e compagni da quando avevano diciassette anni, approdano nella nazionale Jugoslavia insieme e nel Mondiale argentino del 1990 si aggiudicano la medaglia d’oro battendo una potenza come l’Unione sovietica. L’anno prima avevano già conquistato il titolo continentale.
Entrambi approdano in NBA, in squadre diverse, ma questo non gli impedisce di restare grandi amici.
Quello che li separerà sarà invece la guerra, una delle più sanguinose e assurde della nostra epoca, e che porterà alla scomparsa della Jugoslavia. Da una parte quindi Petrović e la Croazia, dall’altra Divac e la Serbia.
Durante i festeggiamenti dei mondiali del 1990 Divac toglie di mano a un tifoso la bandiera croata, perché per lui in quel momento sono ancora tutti fratelli sotto una sola bandiera, quella della Jugoslavia. Il gesto però infastidisce Petrović a tal punto da fargli interrompere ogni rapporto con l’amico di sempre, nonostante i numerosi tentativi di Divac di spiegare le proprie ragioni.
Petrović muore di incidente stradale tre anni dopo. Senza mai ricucire uno dei rapporti più importanti della sua vita.
Un paese intero, la Croazia, ha fatto di Divac un mostro da combattere in nome di un odio razziale che non aveva ancora esaurito la sua forza. Tanto che il serbo è riuscito a riabbracciare i familiari del suo amico e visitare la sua tomba solo molti anni dopo.

Sulla loro storia è stato girato un film documentario Once Brothers, diretto da Michael Tolajian.

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