Amici di
corda
Dražen si
sveglia presto tutte le mattine. Corre in palestra e per tre ore tira la palla
in direzione del canestro prima di andare a scuola. Il talento non gli basta.
Ama la perfezione e vuole conoscere ogni dettaglio, apprendere fino all’ultimo,
capire prima degli altri in che direzione andrà il pallone. E perché.
Vlade è
più spavaldo. I suoi diciassette anni li vuole vivere a pieno, senza rinunciare
a nulla, nemmeno alle sigarette. Per lui la pallacanestro è intuizione,
coraggio e un pizzico di follia. È un gigante già ora, ad appena diciassette
anni. Il doppio dei suoi compagni di squadra.
Due
ragazzi insoliti, talentuosi e molto diversi che un giorno poggiano le mani
contemporaneamente sul pallone e “Puff”, una magia li avvolge. Quei due ragazzi
si ritrovano isolati dal mondo, faccia a faccia, occhi negli occhi. Una corda
stringe il torace di Dražen e continua dalla parte opposta a cingere quello di
Vlade. La sensazione è quella di un abbraccio. Infinito. Un abbraccio che i due
ragazzi si scambieranno poi veramente milioni di volte, dentro e fuori dal
campo, per consolarsi, per incoraggiarsi e per non sentirsi mai soli.
Quando
oceani e continenti li dividono loro sanno cosa fare: tirano leggermente la
corda e sentono dall’altro capo l’amico e la sensazione del suo abbraccio.
Dražen e Vlade crescono con questa consapevolezza e diventano due giocatori
formidabili che quando si trovano a calpestare lo stesso parquet con la stessa
maglia sulle spalle, compiono appieno l’incantesimo. Gli spettatori restano
estasiati dalla loro bravura. Una scia di stelle li segue quando corrono e si
lanciano il pallone.
Ma i
terremoti arrivano senza preavviso e sono gli unici in grado di spezzare le
magie.
Uno enorme
sconquassa il mondo di Dražen e Vlade. Vengono sbalzati su due montagne
differenti, uno su un cucuzzolo, uno sull’altro. Vlade si sbraccia, salta e
strilla per farsi vedere dal suo compagno Dražen. Ma nulla, l’amico continua a
voltargli le spalle, senza accorgersi di lui.
Passano i
mesi e gli anni così. Le montagne si allontano e i due campioni non riescono
più nemmeno a scorgersi all’orizzonte.
Vlade,
solo, sconsolato e seduto a terra, si ricorda di quando erano adolescenti. E ci
prova, tira la corda. Inaspettatamente sente quella stretta al torace, come un
abbraccio.
La corda
tra loro è ancora stretta.
E anche se
non vede più Dražen, sa dove cercare il suo abbraccio. All’infinito.
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| Vlade Divac e Dražen Petrović |
Ho
raccontato di
Dražen
Petrović e Vlade Divac, due cestisti degli anni novanta. Amici e compagni da
quando avevano diciassette anni, approdano nella nazionale Jugoslavia insieme e
nel Mondiale argentino del 1990 si aggiudicano la medaglia d’oro battendo una
potenza come l’Unione sovietica. L’anno prima avevano già conquistato il titolo
continentale.
Entrambi
approdano in NBA, in squadre diverse, ma questo non gli impedisce di restare
grandi amici.
Quello che
li separerà sarà invece la guerra, una delle più sanguinose e assurde della
nostra epoca, e che porterà alla scomparsa della Jugoslavia. Da una parte
quindi Petrović e la Croazia, dall’altra Divac e la Serbia.
Durante i
festeggiamenti dei mondiali del 1990 Divac toglie di mano a un tifoso la
bandiera croata, perché per lui in quel momento sono ancora tutti fratelli
sotto una sola bandiera, quella della Jugoslavia. Il gesto però infastidisce
Petrović a tal punto da fargli interrompere ogni rapporto con l’amico di
sempre, nonostante i numerosi tentativi di Divac di spiegare le proprie
ragioni.
Petrović
muore di incidente stradale tre anni dopo. Senza mai ricucire uno dei rapporti
più importanti della sua vita.
Un paese
intero, la Croazia, ha fatto di Divac un mostro da combattere in nome di un
odio razziale che non aveva ancora esaurito la sua forza. Tanto che il serbo è
riuscito a riabbracciare i familiari del suo amico e visitare la sua tomba solo
molti anni dopo.
Sulla loro
storia è stato girato un film documentario Once Brothers, diretto da Michael
Tolajian.

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