giovedì 21 gennaio 2016

Lo zero che vale cinquemila

Un cerchio un po’ schiacciato. Lo zero è il numero preferito da Pre. Ogni pagina del suo quaderno è piena zeppa di zeri. Lo disegna senza mai staccare la penna dal foglio: appoggia la punta e comincia a girare. Con lentezza, precisione e oculatezza.  Non fa come tutti i bambini, non cerca di riprodurre un cerchio perfetto. Per lui la perfezione dello zero è in quell’ovale schiacciato ai lati. Lungo e slanciato.

Cresce, Pre, e quei disegni restano impressi nella sua memoria. Gioca a basket ma la rotondità della palla non gli appartiene: troppo perfetta. Gioca a football ma gli spigoli della palla lo pungono: troppa poca perfezione. Non riesce a ritrovare quella gioia di quando era piccolo, quell’appagamento nel tracciare il suo ovale perfetto.
Comincia a pensare che quegli zeri vogliano dire semplicemente che non vale nulla.

Corre, per non pensare. Nei campi, nei boschi e per strada. Alla fine del suo tragitto c’è una porta, la spinge forte e continua a correre. Si ritrova, quasi per caso, all’interno di un ovale. Gira e gira ancora, senza sosta, spingendo al massimo, superando tutti, lasciando senza parole chi è lì ad assistere a questo spettacolo.

Pre ha trovato il suo cerchio ideale: la pista di atletica.

Quando corre, immagina di essere lì, in punta alla sua penna dall’inchiostro blu. Non vede avversari, pubblico o allenatori a bordo campo. C’è soltanto lui e la sua penna. Corre e basta, a completare quel giro una, due, tre volte. Conta dodici e mezzo e taglia il traguardo per primo. E le persone sugli spalti esplodono in urla di giubilo perché mai nessuno ha disegnato a terra linee così perfette.

Lo zero vale cinquemila per Pre, come i metri che deve percorrere a ogni gara.

Vuole essere lui il primo a poggiare i piedi su quell’ovale bordeaux, tracciando la strada che gli altri dovranno seguire fino al traguardo. In testa dall’inizio alla fine.

Ci prova Pre. Parte per primo. Conta uno, due e tre. Arrivato a dodici è ancora davanti, ma in quel mezzo che manca c’è chi gli passa a fianco e lo supera: uno, due e tre. Arriva quarto. Eppure c’è qualcosa di strano, il pubblico applaude lui, le sue linee lasciate a terra, quell’inchiostro blu che Pre ha sempre immaginato di imprimere sulla pista al suo passaggio.

«Quello zero vale più di cinquemila», pensa Pre.
E ha ragione. Quello zero vale come un numero uno, quello che è lui quando corre.



Steve Prefontaine, detto "Pre"



Ho raccontato di
Steve Prefontaine, detto “Pre”, il più grande mezzofondista americano degli anni settanta. In gara non adottava strategie. Per lui l’importante era tagliare il traguardo per primo e ci riuscì per moltissimi anni, stabilendo ben quattordici record americani e vincendo consecutivamente venticinque gare ufficiali  su prove superiori al miglio. Il pubblico lo amava e lo sosteneva al grido di: «Go Pre!».
Alle Olimpiadi di Monaco del 1972 cercò di mettere in pratica il suo sogno: essere primo dall’inizio alla fine nei 5000 metri. Fu beffato sul finale da Lasse Virén,  Mohamed Gammoudi e Ian Stewart. Ma alla storia passò lui per la spregiudicatezza, e un pizzico di pazzia, con cui affrontò la gara.
Morì a soli 24 anni di incidente stradale. Al momento della sua morte deteneva tutti i primati nazionali dai 2000m ai 10000m.
Il suo allenatore, Bill Bowerman, fu il cofondatore della Nike. In molte pubblicità del marchio sportivo, infatti, compare l’immagine di “Pre” e alcune sue frasi sul senso della corsa: «Qualcuno può battermi ma dovrà dare il sangue per farlo».



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