venerdì 25 marzo 2016

La scatola nera

Una scatola nera. Ezio vive lì. In alto, in basso, a destra o a sinistra: ovunque si volti vede solo buio. Non c’è luce che riesca a filtrare, gioia che oltrepassi lo spessore di quei sei lati. Lì dentro può solo essere “un bravo bambino”, quello che è educato, corretto,  giusto. Quello che si comporta come deve, che non esce dal tracciato. Che è come tutti.

Ma Ezio come tutti non lo è.

Quel che ha con lui, nella scatola, è un pallone. Rotto, sporco e sgonfio. Con tutta la forza che ha lo calcia e butta giù uno alla volta i lati del cubo che lo imprigiona.

Un colpo di testa e subito la luce squarcia il suo quotidiano. C’è un campo di calcio che lo attende, i cori dei tifosi, i dribbling, i gol e le giocate da campione. C’è un passaggio sotto le gambe di un campione, la gioia e il pentimento. C’è la rincorsa verso la sua porta e un cuore che cede. Ci sono i soldi e un gol dalla bandierina.

Un calcio e cade il secondo lato. Comincia una musica che è una poesia. Il suo amico Piero canta, recita, fa innamorare. Ed Ezio lì ad ascoltarlo, a contemplarlo. Fin quando c’è.

Il terzo lato cade sotto i colpi di innumerevoli pallonate, quelle dei suoi allievi, dei ragazzi a cui insegna come si gioca a pallone, ma soprattutto come non si gioca a pallone, cosa si fa fuori dal campo, come si difende il calcio, come si ama.

Un altro lato cede sul terreno facendo un frastuono enorme. Lì c’è il sesso e l’amore, c’è la trasgressione e la pazzia, c’è l’incoscienza e il piacere. Ci sono le donne. Tante, belle, provocanti e disponibili. Ci sono gli amori fugaci ma densi di passione, di godimento e di leggerezza. «L’amore si ama», dice.

Via anche il quinto lato. Le parole, la scrittura e la poesia. Dal pallone alla penna. L’anima esce fuori ed è nera come la scatola in cui viveva. Una goccia alla volta quel nero esce fuori e si deposita sulle pagine bianche. Un filo nero carico di dolore e disperazione. Di ricordi pesanti ma anche di vita vera, di passione per il calcio, di note profonde e di amore per le donne.

Ezio è in piedi sull’ultimo lato del quadrato. Prende la penna e scrive una parola che mai, quando era piccolo e chiuso dentro al cubo nero, aveva potuto dire. Ezio scrive: “Vaffanculo”. Al mondo e alle ipocrisie, al doping e alla corruzione.

«Poi in un ultimo lampo di emozione, spero di concludere la vita con il batticuore del primo appuntamento e lontano da stupide vetrine e luoghi comuni, forse con un colpo di ala sorridendo tirerò le cuoia e… Vaffanculo».


Ezio Vendrame, il "George Best italiano"



Ho raccontato di
Ezio Vendrame, calciatore degli anni settanta, il “George Best italiano”. In serie A gioca con il Vicenza e il Napoli, e quasi sempre viene mandato via per il suo temperamento impetuoso. Ma è soprattutto in serie C, con il Padova, che il personaggio Vendrame si fa conoscere.
Abbandonato in un orfanotrofio dai genitori che non possono e non vogliono crescerlo, Vendrame trova nel pallone la sua salvezza. Tre gli episodi fondamentali della sua carriera. Il primo è il tunnel a Gianni Rivera in Vicenza-Milan, un mito a cui chiede scusa subito dopo. Poi la rincorsa verso la sua porta nell’incontro Padova-Cremonese, una partita decisa a tavolino che Ezio decide di far saltare così, correndo dalla parte opposta, dribblando il suo portiere e fermandosi sulla linea della porta. Sugli spalti muore di crepacuore un tifoso. «Ha sbagliato lui – dichiara come sempre in modo tagliente il calciatore – non si viene a vedere giocare Ezio Vendrame se si ha problemi di cuore». L’ultimo episodio, quello che lo fa entrare di prepotenza tra i grandi del pallone, avviene nell’incontro tra Padova e Udinese. Gli vengono offerti dei soldi per giocare male. Vendrame prima accetta, poi in campo ci ripensa e segna due gol. Uno dei quali dalla bandierina del calcio d’angolo, richiamando l’attenzione dei tifosi avversari e indicandogli la palla: «Guardate quella, non me, che poi vi perdete il goal».
Con i suoi modi duri e graffianti combatte il doping e la corruzione nel calcio, che in quegli anni impazzano, soprattutto in serie C dove milita.
Fuori dal campo ama. Ama tutte le centinaia di donne con cui va. «La mia casa sembrava uno studio di ginecologia. La giornata di visite iniziava già alle 9 del mattino con la signora Giuliana; alle 11 sarebbe arrivata la signora Carla; alle 14 la mia amica Lella; alle 18 quella troia della Fernanda e infine, alle 22, toccava alla novità della settimana. Non chiedetemi quanti gol ho fatto quell’anno ma vi giuro, anche se non risulta in nessun almanacco, che sono stato il capocannoniere del campionato».
Suo amico è Piero Ciampi. «Un regalo che mi ha concesso la vita», così lo definisce Vendrame, un calciatore che ama la musica e soprattutto la poesia, quella di un cantautore che ci ha lasciati troppo presto. Ma la poesia, e la scrittura nel senso più ampio del termine, diventano la vera salvezza di Vendrame, quando il calcio lo abbandona ancora una volta, come allenatore. Dai ragazzi si fa chiamare Ezio e non Mister, e consiglia loro di fare sesso con le loro coetanee piuttosto che giocare alla play station. I genitori non lo tollerano e viene cacciato. «Vorrei allenare una squadra di orfani», dichiara.
Con il gruppo musicale Têtes de Bois scrive la canzone “Ce l’ho con l’amore”. Una vera e propria poesia in musica.
E per chi ancora non ne ha abbastanza della pazzia di quest’uomo, ecco i consigli di lettura: “Se mi mandi in tribuna, godo”, “Una vita fuorigioco” e “Calci al vento”. Tutti di Ezio Vendrame.

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