venerdì 1 aprile 2016

La rabbia della stella

Ali non esiste. È un pulviscolo, una nube, un ammasso di polvere. Ondeggia nello spazio. È in cerca di una strada, di una via, di un modo per diventare reale, visibile, percepibile. Lui lo sa che c’è, che vive. E sa anche che è qualcosa di straordinario.

Il suo vagare lo porta lontano, in posti e luoghi sempre diversi e distanti. E lui osserva, scruta, ascolta e impara. Ovunque arrivi, tutti sono definiti e precisi. Hanno un inizio e una fine. Una linea che li contiene, dei colori decisi, una forma netta. Sono visibili. Hanno una storia da raccontare e anche Ali vuole la sua, ma per ora è solo un ammasso grigiastro.

Prova qualcosa dentro. Non sa bene cosa. Si scalda, diventa sempre più rosso e un granello della sua polvere, magicamente, si illumina. La rabbia, ecco cosa lo sta facendo cambiare. La rabbia per essere diverso, per essere considerato diverso da tutti. Per non avere nulla, non avere diritti, così come altri nubi come lui. Non c’è persona che si accorga di lui quando gli passano accanto. Solo un soffio di vento e nulla di più.

Da quel pulviscolo Ali ci sta uscendo, però. A suon di pugni, cazzotti e soprattutto tanta rabbia. Gira il mondo e vince. Sempre. E i piccoli granelli di polvere che lo compongono si illuminano sempre di più. Ora, è meno invisibile, e oltre ai suoi pugni, le persone sentono anche le sue parole. Il suono arriva alle loro orecchie ben definite. Non è più solo il rumore fastidioso di una brezza che spira.

Non c’è violenza, in Ali. Solo voglia di battersi e trasformarsi in quel che ha sempre saputo di essere: un campione. Un campione per il mondo intero, che non è diviso in buoni e cattivi. Un campione che si batte solo sul ring. Un campione che non prende in mano un fucile. Un campione che non spara. Un campione che non ammazza. Un campione che dice “no” alla guerra e che trasforma definitivamente i suoi granelli di polvere in luce.

Ali è ormai una stella. Che tutti guardano abbagliati.



Muhammad Ali contro Sonny Liston


Ho raccontato di
Cassius Marcellus Clay Jr., meglio noto come Muhammed Ali, uno dei più grandi pugili al mondo. La sua vita di sportivo è imprescindibile da quella di uomo fuori dal ring, di uomo nero che si ritrova a lottare contro un razzismo ancora dilagante negli Stati Uniti d’America degli anni ‘60/’70.
La sua prima vittoria è alle Olimpiadi di Roma del 1960, ma tornato a casa, per rabbia nei confronti di una nazione che fa finta che lui non esista, getta la medaglia d’oro in un fiume. Nel 1964 sfida il campione dei pesi massimi Sonny Liston  e con la sua agilità sul quadrato di combattimento, manda fuori fase l’avversario che cede sotto ai suoi colpi nello stupore generale. Subito dopo l’incontro Cassius annuncia di essersi convertito all’Islam e di aver preso il nome, appunto, di Muhammed Ali.
Ali e Liston si scontrano di nuovo l’anno successivo. Con quello che da molti viene definito il “pungo fantasma” (perché pare non abbia toccato realmente il suo avversario), Ali manda al tappeto per la seconda volta e in brevissimo tempo Liston. Famosa è la sua foto, in piedi dietro al suo avversario disteso a terra, che lo incita a rialzarsi per finire il match.
Anche fuori dal ring la vita di Ali è densa. L’incontro con Malcom X, la lotta per i diritti dei neri e soprattutto il rifiuto ad andare a combattere in Vietnam: «Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro». Tutto questo gli costa una condanna a cinque anni di carcere e la revoca della licenza pugilistica dal 28 aprile 1967 al 28 settembre 1970, quando la sentenza di condanna viene annullata.
Molti dei suoi incontri restano indelebili nella storia del pugilato: con George Foreman, a Kinshasa nell'ottobre del 1974, quando riconquista il titolo mondiale umiliando con un ko il demolitore di Joe Frazier. Ali, contravvenendo a quello che era il suo usuale stile di “danzatore”, rimane in difesa per sette round, lasciando sfogare l'avversario fino a stancarlo e dandogli poi il colpo finale.
Con Frazier, che lo aveva battuto ai punti poco dopo il rientro dalla squalifica, si scontra altre due volte, una delle quale diventa famosa come “Thrilla in Manila”: 14 round senza un momento di sosta. Il più grande incontro di sempre. Prima dell'inizio della quindicesima e ultima ripresa l'allenatore di Frazier ritirò il suo atleta, vedendolo letteralmente distrutto dai jab di Ali. Comunque al momento del ritiro del rivale, il Campione era in vantaggio ai punti.
Agli inizi degli anni ’80 Ali si ritira e poco dopo gli viene scoperta la Sindrome del Parkinson. Alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 è l’ultimo tedoforo. In questa occasione gli viene anche riconsegnata la medaglia olimpica di Roma ’60, quella che aveva gettato nel fiume in segno di protesta.

Muhammed Ali è una stella, una stella che ha sempre saputo di essere tale: «Io sono il più grande. L’ho detto persino prima di sapere di esserlo». 

Nessun commento:

Posta un commento